Austria, Svezia, Danimarca, Olanda: frugali o solo difensori dei propri interessi??

Austria, Danimarca, Paesi Bassi, Svezia sono stati
soprannominati dal Financial Times i "frugal
four
", i quattro parsimoniosi. Una definizione che fa venire tristemente alla
mente tutti gli sforzi ed  i sacrifici che  molti Stati membri hanno dovuto affrontare in seguito alla crisi del 2008.  
L'atteggiamento molto
restrittivo dei 4 frugali si è manifestato già nelle
prime discussioni avviate
lo scorso anno per definire
il nuovo quadro finanziario pluriennale 2021-2027 dell'Unione
europea. Tra l'altro la Brexit ha contribuito a complicare ulteriormente le
trattative visto che nel bilancio dell'Ue sono venuti meno circa 10 miliardi di euro.

I quattro Paesi hanno proposto di mantenere il bilancio
comune intorno all'1% del prodotto interno lordo dell'Ue, schierandosi a favore di tagli e riduzioni.
Linea restrittiva
anche nel dibattito aperto tra i paesi membri sul Recovery Fund, il nuovo strumento
finanziario per la ricostruzione destinato ad aiutare l'economia europea a
uscire dalla crisi provocata dal ovid-19. I frugali
hanno elaborato un documento comune in risposta alla proposta Macron-Merkel di
un fondo di 500 miliardi di euro, legato al
bilancio dell'Ue dei prossimi sette anni, per aiuti sotto forma di
trasferimenti e non di prestiti alle regioni e ai settori degli Stati membri
colpiti più duramente dalla recessione economica. Hanno invece proposto un
fondo di emergenza limitato a due anni,
basato su prestiti "a condizioni favorevoli" e condizionato a piani di riforme.
Va da sé che questa proposta rischia di
aumentare il livello di debito delle economie più deboli. In aggiunta hanno
chiesto anche di "proteggere le spese dalle frodi",
coinvolgendo procura europea Eppo, Antifrode europeo Olaf e Corte dei Conti
europea.


Per capire cosa spinge i 4 frugali ad attuare questo comportamento
dobbiamo ripercorrere un po' di storia.


Nel 1979 il premier britannico Margaret Thatcher aprì
un duro scontro con i partner chiedendo di ridurre il divario tra quanto Londra
versava al bilancio comune e quanto riceveva con le politiche comuni, La
disputa si trascinò fino al 1984
quando, in occasione del Consiglio europeo di Fontainebleau, la Lady di
ferro
ottenne la restituzione per un importo pari al 66% della
differenza tra il contributo del Regno unito al bilancio dell'Ue e l'importo
ricevuto con i finanziamenti europei.

A questo punto la Germania, principale
contribuente netto al bilancio, ottenne subito a sua volta una riduzione della
quota che avrebbe dovuto versare in più. L'onere finanziario della
compensazione riconosciuta al Regno Unito (rebate
è stato ripartito tra gli altri Stati membri proporzionalmente alla loro quota
relativa del Rnl della Cee/Ue negli anni a seguire, generando un sistema molto
complicato.

Nel 2002 la Germania, l'Austria, i Paesi Bassi e la Svezia hanno
ottenuto di pagare soltanto il 25% della loro quota normale di finanziamento
della correzione per il Regno Unito. Per il periodo 2014-2020, con una
correzione sulla correzione, è stato garantito un ulteriore sconto su quanto
pagato in sette anni in proporzione al Rnl : 60 milioni di euro all'Austria,
130 milioni alla Danimarca, 695 milioni ai Paesi bassi, 185 milioni alla Svezia.

Dato che nel
2020 con l'uscita del Regno unito si chiude
il capitolo rebate, la Commissione europea nell'ottobre
2019 ha proposto di eliminare ogni forma di rimborso e quindi tutte le
agevolazioni che hanno portato a un sistema assolutamente poco trasparente e
soprattutto ingiusto. Il documento della Commissione denuncia
infatti una situazione che vede i Paesi che godono delle correzioni versare una
percentuale del loro reddito più bassa degli altri.

In altre parole, gli Stati più ricchi pagano meno in percentuale
del loro reddito nazionale lordo pro capite. I Paesi bassi, ad esempio, contribuiscono al bilancio
con una spesa dello 0,67 %, la quota più bassa in assoluto. Italia, Francia e
Spagna hanno una percentuale tra lo 0,85% e lo 0, 86%.

Inoltre si tratta di Paesi che a fine 2019 avevano un rapporto
debito pubblico/Pil invidiabile: Austria 79%, Olanda 57%, Svezia 41% e
Danimarca 35%.

A questo punto è chiaro
che dietro l'opposizione dei quattro frugali c'è la richiesta di non cambiare
le "correzioni" sui versamenti nazionali al bilancio comune e di mantenere le posizioni acquisite nel passato.


Inoltre, essendo il Recovery Fund legato al bilancio
dell'Unione, hanno confermato nelle discussioni dello scorso febbraio la linea
minimalista sulla dotazione del
quadro finanziario pluriennale 2021-2027 (mantenerlo all'1%
del Pil).


Invece il collegamento del fondo al quadro finanziario pluriennale Ue
consentirebbe alla Commissione di raccogliere finanziamenti sui mercati,
emettendo titoli garantiti dal bilancio, per erogare aiuti ai Paesi in
difficoltà. Questo richiederebbe un sostanzioso aumento delle risorse del
bilancio portando il tetto delle risorse al 2% del reddito nazionale
lordo dei 27, anche prendendo in considerazione l'ipotesi di risorse
addizionali provenienti da una common corporate tax, da tasse
sulle emissioni, da una digital tax, da una tassa sulla plastica.

Volersi presentare come i custodi europei dell'ortodossia e i virtuosi
difensori della riduzione delle spese, opponendosi all'idea di sussidi a fondo
perduto, non riesce a nascondere che questi Paesi stanno soprattutto difendendo
le posizioni vantaggiose ottenute in passato.

 La proposta della Commissione del Next Generation Eu, con un European Recovery  Instrument per 750 miliardi, composto
da un mix di 500 miliardi di trasferimenti a fondo perduto e 250 di prestiti,
rappresenta una importante inversione di marcia.


Il Consiglio europeo del 18-19 giugno dovrà affrontare  un negoziato complesso sia sulla proposta
Commissione che sul quadro finanziario settennale, con la posizione dei 4
frugali ma anche dei paesi dell'Est e dei paesi gravemente colpiti dal COVID19.



Tra l'altro proprio in Austria, i Verdi, una delle due forze politiche del
governo di Vienna, hanno preso le distanze dal documento sottoscritto con gli
altri Paesi.
fonte: Affarinternazionali.it

 
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