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Francesco Longano
1729-1796
Originario di Ripalimosani, veniva da
una famiglia modestissima. Sacerdote, emigrato a Napoli, si
formò alla scuola del Genovesi, assimilando le idee
dei riformatori napoletani e assumendo posizioni ancora più
radicali sotto l’influsso di Rousseau. 
Osteggiato, per queste sue posizioni, dall’aristocrazia
reazionaria, espone la sua tormentata vicenda biografica nell’Autobiografia,
che uscì postuma nel 1883. Le opere, di saggistica
e filosofia, trovarono accoglimento tutt’altro che benevolo:
Piano d’un corpo di filosofia morale (1764),
Dell’uomo naturale (1767), Logica, o sia
arte del ben pensare (1773), De arte recte cogitandi
lectiones sex (1777). Per “riabilitarsi”,
nel 1778 tradusse dal francese l’Essai politique
sur le commerci, di J. F. Melon. Per dare il suo contributo
alla conoscenza e al miglioramento delle condizioni dei contadini
e dell’agricoltura del sud, nel 1779 pubblica la Raccolta
di saggi economici per gli abitanti delle Due Sicilie,
seguito da altre opere quali la Filosofia dell’uomo
e L’uomo religioso in tre volumi.
L’opera fondamentale, in cui concentra le sue idee riformistiche
ma anche spinte utopistiche dettate dall’illuminismo
avanzato, è il Viaggio per lo Contado di Molise,
uscito nel 1788, con una nuova edizione, rivista nel 1796
e uscita solo nel 1983. Questo viaggio descrive, con un linguaggio
essenziale, le condizioni del Molise per visione e conoscenza
diretta della realtà, secondo la lezione del Genovesi.
Nelle edizione successiva aggiunge anche un Discorso preliminare.
Congetture sopra le maniere onde gli antichi popoli del Sannio
cotanto prosperarono, in cui si estrinsecano le sue tendenze
utopistiche nell’immaginare una città ideale,
collocata sul Matese, in cui si attuano comunanze dei beni,
solidarietà, ordine e lavoro. La stessa impostazione
è nel Viaggio per la Capitanata del 1790.

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Vincenzo Cuoco
1770 –1823
Nato a Civitacampomarano, ricevette
la sua prima formazione in questa parte del Molise; pur provinciale,
questo ambiente era culturalmente vivacizzato e animato al
dibattito da figure di illuministi che annoverano, tra gli
altri, il genovesiano Costantino Lamaître che a Lupara
aveva dato vita a un circolo (come a Castelbottaccio era nato
un altro circolo di illuministi e giacobini attorno alla figura
di Olimpia Frangipane).
Spostatosi a Napoli, studiò legge; qui conobbe, frequentandone
la casa e l’ambiente, il conterraneo Giuseppe Maria
Galanti, che aiutò nella stesura della Descrizione
geografica e politica delle Sicilie. Dopo alcuni anni
dedicati all’esercizio dell’avvocatura, si trovò
a Napoli all’entrata dei francesi e alla proclamazione
della repubblica del 1799. Vi aderì, rivestendo l’incarico
di organizzatore del dipartimento del Volturno e segretario
di Ignazio Gonfalonieri. Caduta la Repubblica, fu arrestato
e dopo alcuni mesi di carcere fu condannato a venti anni di
esilio, durante il quale fu in Francia e nel nord Italia dove
svolse una intensa attività giornalistica entrando
in contatto con gli ambienti intellettuali milanesi. A Milano
uscì, anonimo, il suo Saggio storico sulla rivoluzione
napoletana del 1799, in cui, con lucidità tagliente,
viene fuori il suo pensiero politico: la necessità
di una rivoluzione attiva e l’inefficacia di una rivoluzione
passiva, il problema della terra e la necessità di
riforme antifeudali…
Tra il 1804 e il 1806 scrisse il Platone in Italia,
romanzo epistolare, in cui sono sintetizzati gli elementi
della sua concezione politica e storiografica.
Tornato a Napoli nel 1806, fece carriera nella magistratura.
Del 1809 è il Progetto per l’ordinamento
della pubblica istruzione nel Regno di Napoli in cui
addita nella istruzione pubblica l’imprescindibile strumento
di formazione della coscienza nazionale. Nel 1910 fu nominato
Capo del Consiglio Provinciale del Molise. In seguito a tale
nomina scrisse Viaggio nel Molise (1812) in cui analizza
con organicità le condizioni della provincia, sociali
ed economiche.

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Francesco Jovine
Guardialfiera 1902-Roma 1950
Nato a Guardialfiera il 9 ottobre 1902,
trascorse l’infanzia e l’adolescenza nel suo paese
natale, dove, seguendo il padre agrimensore, ebbe modo di
entrare in contatto con il mondo contadino e le condizioni
di miseria della
popolazione. Per continuare gli studi, fu mandato prima nel
collegio di Larino e poi a Velletri. A soli 16 anni ottenne
il diploma di maestro elementare. Svolse attività di
istitutore nei collegi di Maddaloni e di Vasto, quindi di
insegnante nella stessa Guardialfiera. Trasferitosi a Roma,
si iscrisse al magistero, si laureò e diventò
assistente d Giuseppe Lombardo Radice; questo incontro fu
fondamentale per Jovine, che si avvicinò ai problemi
della questione meridionale attraverso lo studio dei meridionalisti.
Superato il concorso di direttore didattico, dopo un periodo
di permanenza al Cairo e a Tunisi tornò in Italia,
iniziando una costante collaborazione con giornali e riviste
e dedicandosi con assiduità alla narrativa.
L’esordio è un racconto per ragazzi, Berluè,
uscito nel 1929; il primo romanzo, Un uomo provvisorio,
fu pubblicato a Modena nel 1934, accolto negativamente da
parte fascista; due anni dopo il secondo romanzo, Ragazza
sola, fu pubblicato a puntate in un periodico per insegnanti.
I temi narrativi fondamentali delle opere della maturità
– la società meridionale, in particolare molisana,
il mondo contadino ed il fondamentale problema della terra
– sono già tutti presenti in Signora Ava,
del 1942, ma è ne Le terre del Sacramento
(uscito postumo nel 1950, ottenendo nello stesso anno il Premio
Viareggio), in cui viene riconosciuta l’opera più
compiuta, che Jovine supera l’impianto ancora un po’
favolistico per entrare in una dimensione storica e sociale
che fa di questo romanzo una delle espressioni più
valide del neorealismo: “la vicenda, ambientata cronologicamente
negli anni della marcia su Roma dei fascisti (1922), delinea
in modo lucido e sobrio e con grande efficacia uno spaccato
della società rurale di una parte del Molise con i
suoi problemi” (Martelli-Faralli). Sempre postumi usciranno
altri Racconti e Commedie inedite e cronache
teatrali. Altre opere escono nel frattempo: Ladro
di galline (1940), i racconti de Il pastore sepolto
e L’impero in provincia (1945), Tutti i
miei peccati (1948).

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Luigi Incoronato
Montreal 1920-Napoli 1967
Nato in Canada da genitori italiani
(il padre era emigrato da Ururi, la madre dal Piemonte), trascorre
l’infanzia a Montreal. Tornato in Italia quando aveva
dieci anni, si formò negli ambienti intellettuali di
Napoli, dove si laureò. Partecipò alla
seconda guerra mondiale combattendo sul fronte francese e
su quello greco-albanese rimanendo gravemente ferito; per
questo ottenne la medaglia di bronzo. Dopo la guerra inizia
la sua attività di insegnante a Napoli e quella di
scrittore. Nel 1950 esce il suo primo romanzo, Scala a
San Potito, nel quale protagonista è la società
meridionale e in particolare “quella dei miserabili
della suburra napoletana travolti dalla rovina e dalla miseria
della guerra” (Faralli). Segue, due anni dopo, una raccolta
di racconti, Morunni, ambientati in Molise (lo stesso
titolo nasconde il nome di Ururi); in quest’opera, “considerata
la sua opera migliore, Incoronato ritrae con una nitida indagine
introspettiva e sociologica la vita di un paese del Molise
(Ururi) in un arco di venti anni, dal primo al secondo dopoguerra”
(Martelli-Faralli). Ne Il governatore (1960), anch’esso
ambientato in Molise, l’epoca presa in esame è
quella dell’arrivo degli alleati in due paesi molisani
(Larino e Ururi). In questo stesso anno insieme ad un gruppo
di intellettuali napoletani fonda la rivista letteraria Le
ragioni narrative e collabora con giornali e riviste
sulle quali escono anche le sue opere. Nel 1963 vede la luce
Compriamo i bambini, postumo esce, nel 1968, Le
pareti bianche, a carattere autobiografico. Le sue opere
di saggistica annoverano: Ideologia e Romanzo, La poetica
di Luigi Capuano, I pericoli dell’alessandrinismo
(1961); Letteratura subalterna e letteratura d’opposizione
(1962); Sulla cultura di Napoli (1963).
Morì suicida a Napoli nel 1967.

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Eugenio Cirese
Fossato 1884-Rieti 1955
Quarto di sei figli, trascorse l’infanzia
e l’adolescenza nel paese natale, spostandosi a Velletri
per proseguire gli studi; qui ottenne nel 1904 il diploma
di maestro e qui pubblicò
la sua prima novella, Agnese, nel 1903 seguite da
altre negli anni seguenti. Tornato in Molise per l’insegnamento,
fu ad Agnone, a Civitacampomarano e a Castropignano dal 1908,
dove si trasferì anche la famiglia due anni dopo. Collegati
a queste esperienze di insegnamento sono due studi usciti
nel 1908-09 su Rivista di psicologia applicata e,
molto tempo dopo, il sussidiario Gente buona del
1925. Nel Molise intrecciò rapporti con molti dei molisani
più in vista, quali il filologo Francesco D’Ovidio
e il fotografo Alfredo Trombetta, e fu redattore del quindicinale
Battaglie di lavoro. Le prime opere poetiche in dialetto
molisano sono dello stesso periodo: Canti popolari e sonetti
del 1913, Ru cantone de la Fata del 1915, sonetti
sul terremoto e sulla guerra oltre a tematiche varie tratte
dalla cronaca, locale e non.
Nel 1915 si spostò a Teano con l’incarico di
vice ispettore scolastico ma meno di un anno dopo fu chiamato
alle armi; assegnato all’ospedale militare di Macerata,
vi rimase fino al 1919. In questi tre anni strinse amicizia
con artisti e scrittori del luogo, continuando nella sua intensa
attività giornalistica e nelle composizioni poetiche:
la raccolta Suspire e risatelle, del 1918, include
sonetti editi ed inediti e le liriche Canzone appassionate
e Civilezze.
Passato ad Avezzano nel 1920 in qualità di direttore
didattico, vi restò fino al 1932, anno di pubblicazione
di Rugiade; qui si diede all’intensa attività
scolastica, dando impulso ad una serie di iniziative che tendevano
ad un nuovo metodo didattico. Legate al mondo scolastico sono
i fascicoli sull’arte infantile, del 1923, e, come si
è detto, Gente buona. Sono questi gli anni
più amari: accusato ingiustamente di aver mal gestito
il patronato scolastico, nel 1930 fu sospeso dall’incarico
e riabilitato solo nel 1932.
Trasferitosi a Rieti, vi rimase fino al 1937, quando, promosso
ispettore didattico, si trasferì a Campobasso; qui,
nel 1939, pubblicò Tempo d’allora, racconti
in dialetto scritti precedentemente, e proverbi. Tornato a
Rieti, vi rimase in servizio fino al 1952 in servizio e come
attivissimo pensionato fino alla morte, svolgendo, tra l’altro,
un intenso lavoro storico-documentario sui canti popolari
della Sabina, che trovarono compiutezza con la pubblicazione,
nel 1945, dei Canti popolari della provincia di Rieti.
Nel frattempo si dedicava ad analoga raccolta dei canti molisani,
di cui il primo volume vide la luce nel 1953 nei Canti
popolari del Molise, mentre il secondo uscì postumo
nel 1957. Sempre nel 1953 fondò la rivista La Lapa,
cui lavorò fino alla morte. Lucecabelle, l’ultimo
libro di versi, uscì nel 1951, cui fece riferimento
Pasolini per l’antologia dei poeti dialettali. Intanto,
nonostante la salute malferma, continuava a scrivere per una
nuova raccolta poetica, che non fece in tempo a vedere: Poesie
molisane uscì nell’agosto del 1955, sei
mesi dopo la sua morte. Fu seppellito a Castropignano.
CAMINA
Da ‘n coppa all’uorte
sembrava na formica
pe ru tratture.
Annanze e arrète
matina e sera:
a scegne la matina,
a renchianà la sera
sudate e stanche,
la zappa ‘n cuolle
e pède nnanze pède, tranche tranche.
- Zì Minche, è calle.
- Frische è ru sciume.
- Zì Minche, è fridde.
- Zappe e me scalle.
D’estate e dentr’a vierne,
sempre la stessa via,
isse, la zappa e la fatìa.
Na vota l’anne
‘n coppa a le spalle
nu sacchitte de grane:
lu tuozze de pane.
La zappa pe magnà,
lu pane pe zappà.
Può na bella matina
zì Minche sbagliatte la via,
pigliatte chella de santa Lucia
purtate a quattre.
Lina Pietravalle
Fasano (BR) 1887-Napoli 1956
Figlia di Michele, medico, di Salcito,
autore di numerose opere scientifiche e deputato al parlamento,
fu educata a Torino ma mantenne sempre i contatti con il Molise,
vivendo a Salcito nei periodi estivi e entrando in contatto
con il mondo molisano che entrerà in molte delle sue
opere letterarie.
Dopo le prime nozze con il giornalista Pasquale Nonno, sposa
Il fratello di Riccardo bacchelli, Giorgio che muore in Russia
nel 1942; subito dopo perde anche l’unico figlio Lionello.
In contatto con gli ambienti culturalmente vivaci di Roma
e Napoli, inizia la sua attività di scrittrice in contatto
con le maggiori case editrici nazionali; nel contempo si dedica
ad una intensa attività giornalistica con i più
importanti quotidiani del centro-sud (Il Mattino
di Napoli, Il Tempo, Il Messaggero, Il Roma) sui
quali pubblica elzeviri e racconti.
Con Mondatori inizia una collaborazione che durerà
sei anni; il primo romanzo, I racconti della terra,
fu pubblicato da Mondadori nel 1924, seguito da Il fatterello
nel 1928, Catene nel 1929 e Storie di paese
nel 1930. Con Bompiani vede invece la luce, nel 1932, Marcia
nuziale.
“Dotata di una spontanea vena narrativa anche se estranea
alle correnti letterarie più avanzate del suo tempo,
si ispirò in molte sue opere alla terra molisana che
rappresentò con sensibilità neoromantica, con
un gusto decadente impregnato di tratti veristici… emerge
un Molise barbarico e primitivo, scosso da passioni erotiche
e sanguinarie, reso con originale espressivismo linguistico.
Talvolta invece prevale il tono umoristico e memoriale, di
ispirazione autobiografica” (Martelli-Faralli).

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Raffaele Capriglione
Santa Croce di Magliano 23 aprile 1874- 21 gennaio 1921
Nato da famiglia borghese, compì
gli studi liceali nel convitto di Sepino, quindi a Napoli
quelli di medicina.
Ma prima ancora delle esperienze di studio, fu lo zio Benedetto,
avvocato, ad avvicinarlo ai classici della letteratura italiana
e alla poesia comico - giocosa e popolaresca. Sin dall’adolescenza
comincia a comporre poesie: La Settimana Santa a Santa
Croce di Magliano, in lingua ma con espressioni in dialetto,
rappresenta il “laboratorio estetico ed esistenziale
dello scrittore”. Stando ai suoi appunti, queste “memorie”,
come lui le definisce nella prefazione, sarebbero state scritte
a soli tredici anni, sono invece il risultato di una serie
di appunti che trovaronola loro stesura definitiva e sistematica
nel 1896.
Gli anni a Napoli gli diedero modo di avvicinarsi al dialetto
e di individuare la vera natura della sua vena artistica;
poeti come Salvatore Di Giacomo e Ferdinando Russo, con cui
entra in contatto, stavano ridando auge alla produzione poetica
napoletana dialettale. “A Napoli Capriglione scopre
che il dialetto non è la lingua dell’emarginazione
provinciale e che con esso si può transitare dall’esercizio
letterario alla lingua della realtà, della quotidianità
e del popolare” (Faralli-Martelli).
Tornato a Santa Croce di Magliano, inizia qui la sua attività
di medico, dovendo fare i conti con i suoi stessi disturbi
che lo accompagnano dall’infanzia: l’istero-nevrastenia.
In contatto, per la professione ma anche per sua propensione,
con il mondo popolare, trasferisce questo mondo dolorante
nella sua poesia, riscattandolo con l’ironia e con “una
invenzione linguistica che va a bilanciare il rischio di un
appiattimento naturalistico e documentaristico eccessivamente
arcaizzante” (Faralli-Martelli).
Non pubblicò in vita, pur avendo composto molte liriche,
note ai suoi compaesani e tramandate oralmente. La raccolta
sistematica di quanto non andato disperso fu curata nel 1984
da Michele Castelli, professore dell’università
di Caracas, con l’Antologia poetica di Raffaele
Capriglione.
Nel 1995, con prefazione di Francesco d’Episcopo, la
raccolta di poesie dialettali U l’uteme d’abbrile
ed altre feste popolari a Santa Croce di Magliano. Questo
volume, unitamente al libro di saggi Raffaele Capriglione,
un “caso” letterario tra Ottocento e Novecento,
a cura di Sergio Bucci, Giambattista Faralli e Sebastiano
Martelli, rientra nel “Progetto Dorraffajele”.
Altro aspetto della personalità di Capriglione è
la sua attività di disegnatore, che predilige paesaggi
e persone del suo paese.

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