La cripta della cattedrale
di Trivento
XI o XII secolo
Risultato di numerose stratificazioni, la cattedrale di
Trivento conserva della fase più antica, oltre ad
una iscrizione del 1076 con la dedica ai Santi Nazario e
Casto, una serie di archetti pensili che a tratti la coronano
esternamente, e, soprattutto, la cripta che, a sua volta,
è il risultato di altre stratificazioni. L’interno
è ripartito in tre navate, restaurato nel 1726 dal
vescovo Mariconda; l’intervento settecentesco ha segnato
tutto l’interno dal punto di vista sia architettonico
che decorativo ed accessoriale. L’altare maggiore,
di marmo, è del 1740; opere ottocentesche sono alcune
sculture lignee (due di Paolo Saverio di Zinno), numerose
tele, la loggia lignea e l’organo. Dalla navata laterale
destra si scende nella cripta di San Casto che la tradizione
vuole edificata su un tempio dedicato a Diana (nella stessa
è conservata una iscrizione romana con dedica a questa
divinità). È divisa in sette piccole navate
longitudinali e tre trasversali, con archi a tutto sesto
e con volte a crociera sorrette da colonne (di cui alcune
monolitiche) e pilastri. Ha tre absidi. Molti dei materiali
sono di reimpiego dagli edifici del municipio romano di
Trivento: si tratta di diversi capitelli, l’iscrizione
menzionata sopra, tratti di muratura in opera reticolata
presenti sulla parete laterale, un'altra iscrizione a carattere
funerario. Sull’altare è una lunetta in pietra,
del XIII secolo, con bassorilievo raffigurante la Trinità
fiancheggiata da due angeli e due delfini. Tra le sculture
lignee è una Madonna in trono del XIII secolo. Sono
presenti inoltre degli affreschi, anch’essi del XIII
secolo, raffiguranti, il primo, un Santo Diacono, ed il
secondo il Crocifisso tra la Vergine e S. Giovanni, di lato,
un Santo (S. Benedetto?).

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La chiesa di San Bartolomeo
a Campobasso
XIII secolo
È situata sulla parte alta delle pendici del colle
Monforte, immediatamente a ridosso della strada a gradini
che sale verso il castello e i resti, qui piuttosto consistenti,
della cerchia delle mura medievali. Menzionata in documenti
trecenteschi, fu probabilmente costruita attorno alla metà
del XIII secolo. La facciata di grossi conci squadrati, ha
come elemento particolarmente significativo il portale ornato
di portico con colonne fra due arcate cieche. La lunetta raffigura
a rilievo Cristo asceso benedicente, sorretto da due angeli,
contornata da un’ampia fascia, sempre a rilievo, divisa
in otto sezioni con i simboli dei quattro Evangelisti in posizione
centrale, e ai lati otto figure rannicchiate affrontate a
due (i dottori della chiesa occidentale o quelli della chiesa
greca). L’interno è a tre navate divise da archi
a tutto sesto su pilastri; l’accesso alle navatelle
laterali era previsto tramite due portali secondari.

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La chiesa di S. Giorgio a Campobasso
XII secolo
Come la vicina chiesa di San Bartolomeo, posta leggermente
più a valle, la chiesa di San Giorgio si trova nella
parte alta della città; fanno da “quinta”
il profilo della sommità del colle Monforte e l’articolazione
dei bastioni del castello. Evidenzia già nella facciata
la scansione interna in tre navate: la parte corrispondente
alla navata centrale è ottenuta con conci ben squadrati
ed è segnata nella parte bassa ai margini, da due pilastri
che si vanno ad aggiungere a quelli che fiancheggiano il postale.
Quest’ultimo preceduto da quattro gradini, ha come lunetta
un blocco monolitico con ampia fascia marginale con tralci,
foglie e grappoli fittamente intrecciati, al centro è
l’agnello crucifero su fondo di foglie a raggiera. In
alto il rosone ad imbuto; qua e là nella muratura blocchi
reimpiegati. Il campanile, a pianta quadrangolare, è
situato al termine del lato destro, ed alterna nella parte
superiore finestre bifore e monofore. Sul lato sinistro è
inserita la cappella di S. Gregorio con accesso dal presbiterio.
Costruita nel XIV secolo, la cappella è a pianta quadrata,
con tamburo ortogonale e soprastante cupola, decorata quest’ultima
con affreschi raffiguranti S. Agostino e Santi, accompagnati
talvolta da iscrizioni che li identificano.

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La chiesa della Madonna del Canneto a Roccavivara
Prima metà del XII secolo
La badia benedettina sorge sulla riva destra del fiume Trigno,
nello stesso luogo dove nell’epoca romana un millennio
prima, era fiorente una grande villa rustica. Con la presenza
dei monaci benedettini di San Vincenzo al Volturno ai quali
il Duca Longobardo di Benevento Gisulfo I donò la chiesa
verso il VII secolo, il sito ormai in decadenza (anche per
incendi e calamità naturali) riprese nuova vita, fino
a diventare il centro religioso più importante della
valle del Trigno. Per circa 800 anni i benedettini rimasero
sul posto, fino al 1484. La chiesa, dunque, ha origine molto
antiche; conobbe numerose fasi che la videro progressivamente
ampliata, fino ad assumere l’aspetto che conserva tuttora.
Fu l’abate Rainaldo, rettore dell’abbazia tra
il 1137 e il 1166, ad edificare l’edificio nell’aspetto
in cui la vediamo oggi; essa riutilizzò, nella muratura,
conci, blocchi lavorati, cornici, iscrizioni, sia della villa
e di monumenti funerari dell’insediamento romano, sia
dei precedenti edifici. Uno di questi blocchi si trova attualmente
utilizzato come paliotto dell’altare maggiore; a bassissimo
rilievo, raffigura una scena conviviale di vita monastica,
datata al X secolo. Il portale, molto semplice, ha la lunetta
in cui sono l’agnello crucifero ed un leone alato in
una cornice di tralci e grappoli. Le tre navate interne terminanti
con le rispettive absidi, sono segnate da un sistema misto
di pilastri e
colonne, con capitelli ornati da motivi vegetali. La navata
centrale ospita la statua lignea, policroma della Madonna
del Canneto con Bambino, opera del XIV secolo. L’opera
più importante è il pulpito, collocato attualmente
sul lato sinistro della navata centrale (ma non erano queste
né la sua posizione originaria né la struttura
compositiva e ornamentale). Datato da una iscrizione al 1223,
esso si sviluppa su quattro colonne. Il parapetto è
scandito in sette nicchie che ospitano, quasi a tutto tondo,
sei monaci di cui tre a sinistra nell’atto di svolgere
le loro funzioni religiose, i tre a destra in preghiera o
in atto di elemosinare; al centro è una colonnina che
sorregge l’aquila.

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La chiesa di S. Maria della
Strada a Matrice
Inaugurata nel 1148.
La chiesa si erge su una collinetta isolata in un vasto pianoro
attraversato dal tratturo (da cui la denominazione data all’edificio).
Molto semplice, con interno diviso in tre navate da colonne
con capitelli stilizzati, presbiterio soprelevato e tre absidi,
presenta la facciata a salienti con lunetta, con portone sormontato
da timpano e due lunette laterali; una ulteriore lunetta è
sulla porta secondaria che si apre sul fianco destro. Sulle
pareti laterali corrono archetti pensili. Il campanile a pianta
quadrata è staccato dalla chiesa e si trova collocato
sulla parte anteriore destra. Una ricca decorazione a rilievo
si sviluppa sulle lunette e nel timpano, con scene figurate,
spesso simboliche e, in ogni caso, di non facile interpretazione;
sul timpano in una figura su quadrupede si riconosce la Vergine
(o un feudatario/castellano), una figura umana ingoiata da
un mostro ricorda Giona, le due figure umane laterali, con
occhi chiusi e braccia incrociate per metà ingoiate
da serpenti, potrebbero rimandare all’ultimo giudizio,
due pavoni che bevono da un vaso e un leone che ha tra le
zampe una figura umana appartengono al repertorio simbolico.
La lunetta del portale secondario presenta una scena identificata
con il mito di Alessandro Magno raffigurato sul carro sorretto
da due grifoni. Sulla lunetta sinistra della facciata è
una scena complessa in cui potrebbe essere identificata un
episodio della Chanson de geste di Fioravante nel
momento in cui quest’ultimo trafigge un saraceno per
liberare la dama da questi rapita; sulla lunetta destra, con
tre medaglioni di cui quello centrale ospita un suonatore
di corno, è stato ipotizzato un richiamo al paladino
Orlando. All’interno, sulla parete di sinistra, si trova
un monumento funerario trecentesco ispirato a monumenti napoletani
sia per l’impostazione architettonica sia per i ricchi
motivi decorativi: nella parete bassa si trova Cristo benedicente,
di lato due stemmi; al centro due angeli scoprono il corpo
giacente, in alto è l’arco gotico con agnello
crucifero al centro, guglie e colonnette ai lati.

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La chiesa di S. Giorgio a Petrella Tifernina
Consacrata nel 1211
Coerentemente inserita nel contesto urbano, al centro del
borgo antico, la chiesa affaccia su una piazzetta; si presenta
in pianta con evidenti anomalie determinate da preesistenze
architettoniche e dalla situazione urbanistica. Ristrutturata
nel settecento secondo modelli barocchi, ha conosciuto un
considerevole intervento di restauro nel 1955. La facciata
è a salienti, con portale architravato entro uno pseudo
protiro; sulla lunetta è a rilievo l’episodio
di Giona inghiottito dal mostro marino. Sul protiro è
un finestrone; il coronamento degli spioventi è caratterizzato
da archetti pensili con volti umani ed animali. Un secondo
ingresso anch’esso preceduto da scalinate, è
sulla sinistra, con animali mostruosi sulla lunetta. Diverse
monofore corrono sulle pareti, talune incorniciate da fasce
riccamente ornate a bassorilievo. Il campanile è staccato
dalla chiesa; a pianta quadrata nella parte bassa (che è
anche la più antica), in alto assume configurazione
ottagonale con cuspide rivestita in maiolica (dovuta agli
interventi settecenteschi). La chiesa è chiusa posteriormente
dalle tre absidi, con pareti lisce, ornate da colonnine coronate
da archetti pensili. Le tre navate interne sono divise da
pilastri cruciformi coronati da capitelli riccamente ornati
con motivi zoomorfi, vegetali e figurati, cui lavorarono più
maestri di diversa perizia; ad essi corrispondono, sulle pareti
laterali, dei semipilastri legati ai pilastri centrali da
archi trasversali, sui quali posava la copertura a volta.
Oltre alle decorazioni a rilievo dei capitelli, alcune più
comuni altre meno, si conserva all’interno un fonte
battesimale monolitico, emisferico, decorato a bassorilievo
con serie di girali, foglie e rosette. Non mancano delle lastre,
inserite nella muratura, decorate con motivo ad intreccio,
risalenti ad epoca anteriore alla costruzione della chiesa.

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L’abbazia di S. Maria
di Casalpiano a Morrone del Sannio
XIII secolo, con strutture anteriori e rifacimenti posteriori.
I dati d’archivio documentano che prima dell’anno
1000 esistevano nella località due chiese. Attualmente
il sito rileva tutta la sua complessità (architettonica
e cronologica) quale risultato della frequentazione pressoché
ininterrotta dal periodo preromano e romano (villa rustica),
attraverso l’alto medioevo (lo stesso toponimo Casalpiano
è altomedioevale e lascia presupporre appunto l’esistenza
di un casale, centro amministrativo minore), medievale, rinascimentale
e moderno. Le due chiese oggi visibili, realizzate in momenti
differenti, si sovrappongono all’insediamento romano,
coprendolo in parte e rispettandone l’orientamento.
Dei due edifici religiosi il più antico sembrerebbe
essere l’edificio di destra, il quale a sua volta ha
conosciuto varie fasi architettoniche; blocchi decorati e
frammenti riutilizzati nelle pareti erano pertinenti all’impianto
precedente a quell o
romano che si legge attualmente; nel XIII secolo la chiesa
fu completamente ristrutturata, ricevendo l’articolazione
in tre navate, con facciate segnate da archetti ciechi (interrotti
ora dal novecentesco portale), archetti che continuano anche
sul lato destro e sull’abside centrale (quelle laterali
sono ampiamente manomesse dagli interventi posteriori). Il
campanile aderisce alla parte iniziale della parete destra
della chiesa, sulla quale si sviluppa anche il battistero
che conserva sulla parete anteriore e posteriore due monofore
strombate. Opere di restauro conseguenti al terremoto del
1456 furono realizzate nel primo trentennio del cinquecento;
successivamente, agli inizi del settecento, a seguito di altri
interventi, fu spostato l’ingresso dove si trova attualmente
(all’origine era sul lato opposto) e fu costruito il
campanile. L’edificio di sinistra ora è restaurato
a rudere; è una chiesa enorme, divisa in tre navate
con rispettive tre absidi di cui quella centrale si conserva
per tutta la sua altezza; le colonne ed i capitelli erano
lisci. L’uso di questo edificio non durò a lungo,
probabilmente perché interessato da sconnessioni strutturali.

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La chiesa di S. Maria a Mare
a Campomarino
XII-XIII secolo con sostanziali modifiche degli inizi del
XVIII secolo; cripta del XII secolo con affreschi del XVI
secolo.
L’edificio, che nel 1710 subì consistenti modifiche
che lo trasformarono in un vano unico, era in stile romanico,
di cui restano tracce ancora parzialmente visibili: parte
dei muri perimetrali, una porta murata, finestre ad arco acuto
sul lato destro e due delle absidi, in particolare quella
destra. La muratura è in pietra, con conci ben levigati,
caratterizzata da una serie di archetti pensili che posano
su mensoline e su lesene laterali, come in altri edifici simili
della zona molisana (ad es. nelle absidi di S. Nicola a Guglionesi).
All’interno tali absidi sono resi visibili dai restauri
ultimi, come sono visibili al di sotto dell’attuale
pavimento le basi di sostegno dei pilastri e delle colonne
dell’edificio precedente. La cripta è a pianta
rettangolare con tre absidi, che corrispondono esattamente
con quelle dell’edificio superiore, con archi di grossi
blocchi levigati, tra i quali semipilastri con colonnine coronati
da capitelli a motivi vegetali. Sulle pareti della cripta
restano frammenti di affreschi, i più consistenti dei
quali si trovano sulla parete sinistra con figure di santi:
si individuano S. Nicola, con abito episcopale e nome inciso
accanto sulla testa, e un Santo con cavallo e lancia (S. Giorgio?);
sulla stessa parete una figura atterrata e schiacciata da
un cavallo ha fatto supporre il riferimento ad una scena collegata
alle incursioni turche sul litorale adriatico.

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La chiesa di S. Antonio Abate
a Campobasso
Secolo XVI; arredi del XVII secolo.
Sorge nell’omonimo quartiere, al di fuori della seconda
cerchia di mura che Cola di Monforte, nel 1458, fece edificare
per includere tutta la parte della città che ormai
si era estesa anche ai piedi del colle. La chiesa è
di poco posteriore, con un portale tardo rinascimentale molto
semplice che reca la data del 1572. L’interno, semplice
dal punto di vista architettonico (un’aula con soffitto
piano), conserva una molteplicità di opere d’arte
di particolare rilevanza: dagli affreschi, di poco noti artisti
di scuola napoletana, che si susseguono nella parte alta delle
pareti, alla serie degli altari nei quali confluiscono la
perizia degli artigiani locali nella carpenteria lignea (che
si può ammirare anche nella cantoria d’organo
e nella nicchia che ospita la statua del santo). Gli altari
ospitano tele e sculture coerentemente e armonicamente inserite
nella ricca cornice lignea. Opera di Francesco Guarino da
Solofra è la tela con S. Benedetto che libera un
benedettino ossesso, dal 1643, che si trova sul primo
altare a sinistra; altre due tele dello stesso autore (il
Battista e S. Gregorio Papa) sormontato da due più
piccole (S. Antonio e S. Francesco) fiancheggiano
la nicchia con la statua della Vergine col Bambino
nel secondo altare a sinistra. Un altro artista napoletano,
presente nella chiesa di Campobasso con una lunetta raffigurante
il Padre Eterno, è Paolo Fenoglia. L’opera
è sul secondo altare a destra la cui pala scomparve,
sembra, in concomitanza con la presenza francese a Campobasso
nel 1799, quando furono trafugate le colonne indorate di tutti
gli altari della chiesa. Altri dipinti, come la Tentazione
di S. Antonio, sulla parete di fondo del coro, sono opere
di influsso fiammingo del tardo cinquecento. Infine, la statua
lignea di S. Antonio Abate, datata al XVI secolo,
collocata in un contesto architettonico ligneo e contornata
da nove piccole tele con episodi della vita del santo, datate
alla metà del XVII secolo. Dell’artista campobassano
Paolo Saverio Di Zinno è la statua lignea di S. Francesco.

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La cattedrale di Termoli
Metà circa del XIII secolo su impianto più antico.
Situata nel cuore del borgo medioevale, la cattedrale di Termoli
affaccia su
un’ampia piazza quadrata contornata da case basse che
danno direttamente sul mare. La chiesa più antica,
parzialmente conservatasi, è sottostante all’impianto
attuale e risale al secolo XI; di essa si possono osservare
alcuni pavimenti in mosaico, con figure di animali affrontati
ai lati di un albero, una sirena tra pesci, un leone che mangia
un animale, un lupo e serpenti tra ornati geometrici. La chiesa
superiore, che trovò realizzazione nel 1200 nell’ambito
delle spinte artistiche e innovative sotto Federico II di
Svevia , presenta stretti contatti con le coeve manifestazioni
artistiche ed architettoniche della vicina Puglia. Sulla facciata
principale si apre il maestoso portale, preceduto da alta
scalinata, sormontato da un arco, fiancheggiato da tre arcate
per lato con bifore cieche; nella parte superiore, che è
più recente, si apre il rosone. Oltre alle colonnine,
variamente conformate, si trovano nelle bifore esterne delle
figure di animali a tutto tondo; sul fondo di alcune di esse
sono, inoltre, raffigurate ad altorilievo scene evangeliche.
Sulla lunetta del portale è scolpita, sempre a rilievo,
la Presentazione al Tempio; sui capitelli della facciata
sono statue di Santi e teste maschili e femminili. La parete
destra della chiesa è una fuga di archi sostenuti da
lesene con basi e capitelli. L’interno è il risultato
di numerose trasformazioni, le più radicali delle quali
furono quelle realizzate negli anni Trenta del secolo scorso:
gravi lesioni costrinsero ad abbattere la volta ma fu mantenuta
l’articolazione in tre navate che ripete la scansione
della chiesa sottostante più antica; a causa di questa
preesistenza si rese necessario soprelevare il pavimento;
la zona posteriore, inoltre, pur mantenendo l’articolazione
in tre absidi, fu spostata in avanti rispetto a quella inferiore.
In occasione dei restauri degli anni Trenta si operò
una ulteriore soprelevazione della zona presbiteriale.

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La chiesa di S. Alfonso dei
Liguori a Colletorto
XIV secolo (torre); XVIII secolo (chiesa e arredi).
Oltre alla chiesa di S. Giovanni Battista, situata al centro
del paese e che conserva un prezioso dipinto su
tavola probabilmente del XVII secolo, raffigurante una la
Madonna nella Purità, la chiesa di S. Alfonso
dei Liguori si trova nella parte alta del centro ed è
annessa ad un monastero riedificato nel 1729 al posto della
chiesa di S. Maria del Carmine. L’interno ha una sola
navata con cappelle laterali scandite da paraste. Conserva
pregevoli opere d’arte del XVIII secolo, soprattutto
lignee: un grande coro in legno intarsiato con riquadri raffiguranti
scene del Vecchio Testamento, attribuito a maestro francescano,
e un pregevole organo. Nella chiesa sono inoltre conservate
due statue lignee dell’artista campobassano Paolo Saverio
Di Zinno e quattro tele del pittore molisano Paolo Gamba,
con episodi della vita di Gesù. Lo stesso artista eseguì
per Colletorto altre tele; una Madonna del Purgatorio,
conservata nella chiesa di S. Giovanni Battista, e quattro
tele di argomento profano (Le Quattro Stagioni) che
si trovano nel municipio.

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La cattedrale di Larino
1319
Sorta su un edificio preesistente, nel cuore del centro medievale
di Larino, la chiesa è a pianta asimmetrica determinata
evidentemente da edifici preesistenti e dalla necessità
di
conformarsi al tracciato urbano. L’interno é
diviso in tre navate da cinque pilastri coronati da arcate
a sesto acuto sul lato destro, da quattro sul lato sinistro.
La navata centrale è coperta a capriate, quelle laterali
sono volte a crociera costolate.
La facciata, obliqua rispetto al resto della fabbrica, ha
coronamento orizzontale scandito in due zone: quella inferiore
ospita l’unico ma ricchissimo portale strombato con
timpano, in quella superiore si articolano ai lati due bifore,
al centro un rosone di tredici raggi. Il campanile, situato
a destra, si erge su arco a ogiva e fu portato a compimento
nel 1523.
Le parti decorative della cattedrale si trovano prevalentemente
concentrate nella facciata: spirali, foglie, fiori, motivi
a tortiglione e intrecci si susseguono nel portale, nelle
bifore e nel rosone; qui si concentra anche la decorazione
scultorea a tutto tondo (leoni e grifi sul portale) o ad altorilievo
(teste, animali fantastici). La lunetta ospita la scena della
Crocifissione.
L’interno conserva, specialmente sulla parete destra,
frammenti di affreschi del tardo Trecento e del Quattrocento,
il più cospicuo dei quali raffigura S. Orsola.

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La cappella della Madonna delle
Grazie a Riccia
1500
Dal lato opposto della piazza su cui apre l’ingresso
del castello si trova la cappella gentilizia di S. Maria delle
Grazie, ingrandita ed abbellita nel 1500 da Bartolomeo
di Capua. La facciata rinascimentale, elegante nella sua semplicità,
è un articolarsi di filari di lastre di pietra sormontati
dal timpano e interrotte dal piccolo portale sul cui architrave
è raffigurato lo stemma della famiglia di Capua. Più
in alto l’apertura circolare, ai lati lesene scanalate.
L’interno è articolato in due parti di cui quella
posteriore, di epoca più antica (XII secolo) preceduta
da un arco, ha la volta a crociera. In questa cappella è
sepolta, in una tomba ad arcosolio, la sfortunata regina Costanza
di Chiaromonte, moglie ripudiata da Ladislao Durazzo obbligata
da questi, nel 1392, ad andare in moglie ad Andrea di Capua,
feudatario di Riccia. La regina ripudiata consumò i
suoi giorni nel castello di Riccia, dove nel 1420 morì.

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La chiesa di S. Nicola di Bari
a Guglionesi
XII secolo
Posta sulla sommità di una collina che affaccia a sud
sulla valle del basso corso del fiume Biferno, dalla parte
opposta,
sulla valle del torrente Sinarca, a est sulla costa adriatica,
Guglionesi conserva, poco manomesso, il nucleo del centro
storico sulla parte più alta del colle. Secondo la
tradizione il colle fu fortificato per la prima volta nel
IX secolo sotto Roberto il Guiscardo, con due castelli collocati
presso i due accessi, ed una cerchia di mura con diciotto
torri: di essi non è rimasto che qualche rudere. Numerose
le vicende che interessarono Guglionesi dall’epoca dei
Saraceni; incursioni da parte degli stessi Saraceni nell’801,
saccheggi da parte di Lotario II nel 1137, invasioni nel corso
del XIV secolo. Con l’assegnazione a Giovanna di Durazzo,
moglie di Roberto d’Artois, nel 1354, il centro fu abbellito
ed arricchito di numerosissime chiese e conventi. Il centro
storico si sviluppa compatto con uno schema a ventaglio dalla
parte alta del colle, con un susseguirsi di chiese ed edifici
pubblici abbelliti da portali in pietra. Le due chiese più
antiche, di notevole importanza storica ed artistica, sono
quella di S. Nicola e quella di S. Maria Maggiore. Della chiesa
di S. Nicola si avrebbe menzione per la prima volta in una
pergamena del 1049; alcuni frammenti scultorei della
prima fase della chiesa sono presenti nella muratura dell’edificio
ricostruito nel XII secolo, probabilmente dopo il terremoto
del 1117. La facciata a salienti è segnata dal rosone
di conci di colore alternato, dal portale con lunetta a bassorilievo
con leone e grifone affrontati, al quale seguono due arcate
cieche per parte, che proseguono anche nelle facciate laterali
e nelle tre absidi posteriori. Le tre navate interne sono
divise da robusti pilastri con arcate a sesto acuto, con una
solenne scalinata che porta al presbiterio.

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La chiesa di S. Maria Maggiore
a Guglionesi
XVII secolo; cripta del XII-XIII secolo.
Originariamente la chiesa, di origine molto antica, era dedicata
a S,. Pietro: nel 1746 ricevette la sistemazione definitiva,
cambiando anche l’orientamento. In stile barocco, presenta
una facciata tripartita, con altrettanti portali con frontoni
spezzati. Le tre navate interne sono ornate da stucchi. Il
patrimonio storico artistico che si conserva in questo edificio
annovera importanti tavole cinquecentesche e opere settecentesche
di pregio: la statua argentea di S. Adamo, del 1729, due tele
della fine del settecento (S. Adamo, di Pietro Bardellino,
del 1786; L’ultima cena, del napoletano Ferdinando
Castiglia, del 1800). Sottostante alla chiesa è la
cripta di S. Adamo, con tre absidi esterne ed interno diviso
in navate da basse colonne con arcate a tutto sesto e volte
a crociera. In essa, unitamente ad un locale annesso, si sviluppa
un ciclo di affreschi della seconda metà del XVI secolo,
con scene dell’antico testamento (Diluvio, Arca di Noè,
Torre di Babele nella cripta: scene della genesi nel locale
adiacente).

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Il Convento di S. Maria della
Libera a Cercemaggiore
Situato nel pianoro alle falde del monte S. Maria dove sorge
il centro medioevale e moderno, e di Monte Saraceno dove sono
ancora visibili i resti di una poderosa fortificazione di
epoca sannitica, il santuario è intitolato alla Madonna
della Libera; tale appellativo secondo la tradizione risalirebbe
al 663, anno in cui l’Imperatore d’Oriente Costanzo
II cinse di assedio Benevento e il (futuro) vescovo Barbato
invocò la Vergine che apparve così come la si
vede raffigurata nella statua lignea conservata nella chiesa.
Sia la chiesa che il convento furono riedificati nella seconda
metà del XV secolo (il campanile fu terminato nel 1506)
dopo i gravi danni causati del terremoto del 1456, per intervento
diretto della famiglia Carafa e in particolare del conte Alberico
e della moglie Giovannella di Molise. Di epoca anteriore (XII-XIV
secolo) sono i leoni in pietra attualmente ai lati dell’altare
settecentesco della chiesa. L’impianto rinascimentale
è ampiamente modificato (non tanto nella planimetria
quanto negli alzati) sia nel convento (il chiostro segnato
da una serie di eleganti e semplici pilastri) che nella chiesa,
come pure il portale architettonico della chiesa su facciata
ampiamente modificata. All’interno si conservano sculture,
tele ed affreschi di notevole pregio. Nel
refettorio piccolo, sulla parete frontale all’ingresso,
è l’affresco di S. Domenico che moltiplica il
pane per i suoi frati; nel refettorio maggiore, un’ampia
aula con volta a botte, la parete di fondo è occupata
da un enorme affresco con l’Ultima Cena, che
reca la data del 1686 e il nome dell’autore, Nicola
Fenico Campobassano, che firmò anche una tela con Madonna
fra santi nella chiesa dello stesso convento, con la
data del 1687. Numerose altre tele, di autori non noti, sono
sia nella chiesa che nel convento. Della statua lignea di
San Vincenzo Ferrer fu autore Paolo Saverio Di Zinno.

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