Le chiese

La cripta della cattedrale di Trivento
XI o XII secolo
Risultato di numerose stratificazioni, la cattedrale di Trivento conserva della fase più antica, oltre ad una iscrizione del 1076 con la dedica ai Santi Nazario e Casto, una serie di archetti pensili che a tratti la coronano esternamente, e, soprattutto, la cripta che, a sua volta, è il risultato di altre stratificazioni. L’interno è ripartito in tre navate, restaurato nel 1726 dal vescovo Mariconda; l’intervento settecentesco ha segnato tutto l’interno dal punto di vista sia architettonico che decorativo ed accessoriale. L’altare maggiore, di marmo, è del 1740; opere ottocentesche sono alcune sculture lignee (due di Paolo Saverio di Zinno), numerose tele, la loggia lignea e l’organo. Dalla navata laterale destra si scende nella cripta di San Casto che la tradizione vuole edificata su un tempio dedicato a Diana (nella stessa è conservata una iscrizione romana con dedica a questa divinità). È divisa in sette piccole navate longitudinali e tre trasversali, con archi a tutto sesto e con volte a crociera sorrette da colonne (di cui alcune monolitiche) e pilastri. Ha tre absidi. Molti dei materiali sono di reimpiego dagli edifici del municipio romano di Trivento: si tratta di diversi capitelli, l’iscrizione menzionata sopra, tratti di muratura in opera reticolata presenti sulla parete laterale, un'altra iscrizione a carattere funerario. Sull’altare è una lunetta in pietra, del XIII secolo, con bassorilievo raffigurante la Trinità fiancheggiata da due angeli e due delfini. Tra le sculture lignee è una Madonna in trono del XIII secolo. Sono presenti inoltre degli affreschi, anch’essi del XIII secolo, raffiguranti, il primo, un Santo Diacono, ed il secondo il Crocifisso tra la Vergine e S. Giovanni, di lato, un Santo (S. Benedetto?).

 

La chiesa di San Bartolomeo a Campobasso
XIII secolo
È situata sulla parte alta delle pendici del colle Monforte, immediatamente a ridosso della strada a gradini che sale verso il castello e i resti, qui piuttosto consistenti, della cerchia delle mura medievali. Menzionata in documenti trecenteschi, fu probabilmente costruita attorno alla metà del XIII secolo. La facciata di grossi conci squadrati, ha come elemento particolarmente significativo il portale ornato di portico con colonne fra due arcate cieche. La lunetta raffigura a rilievo Cristo asceso benedicente, sorretto da due angeli, contornata da un’ampia fascia, sempre a rilievo, divisa in otto sezioni con i simboli dei quattro Evangelisti in posizione centrale, e ai lati otto figure rannicchiate affrontate a due (i dottori della chiesa occidentale o quelli della chiesa greca). L’interno è a tre navate divise da archi a tutto sesto su pilastri; l’accesso alle navatelle laterali era previsto tramite due portali secondari.

 

La chiesa di S. Giorgio a Campobasso
XII secolo
Come la vicina chiesa di San Bartolomeo, posta leggermente più a valle, la chiesa di San Giorgio si trova nella parte alta della città; fanno da “quinta” il profilo della sommità del colle Monforte e l’articolazione dei bastioni del castello. Evidenzia già nella facciata la scansione interna in tre navate: la parte corrispondente alla navata centrale è ottenuta con conci ben squadrati ed è segnata nella parte bassa ai margini, da due pilastri che si vanno ad aggiungere a quelli che fiancheggiano il postale. Quest’ultimo preceduto da quattro gradini, ha come lunetta un blocco monolitico con ampia fascia marginale con tralci, foglie e grappoli fittamente intrecciati, al centro è l’agnello crucifero su fondo di foglie a raggiera. In alto il rosone ad imbuto; qua e là nella muratura blocchi reimpiegati. Il campanile, a pianta quadrangolare, è situato al termine del lato destro, ed alterna nella parte superiore finestre bifore e monofore. Sul lato sinistro è inserita la cappella di S. Gregorio con accesso dal presbiterio. Costruita nel XIV secolo, la cappella è a pianta quadrata, con tamburo ortogonale e soprastante cupola, decorata quest’ultima con affreschi raffiguranti S. Agostino e Santi, accompagnati talvolta da iscrizioni che li identificano.

 


La chiesa della Madonna del Canneto a Roccavivara
Prima metà del XII secolo
La badia benedettina sorge sulla riva destra del fiume Trigno, nello stesso luogo dove nell’epoca romana un millennio prima, era fiorente una grande villa rustica. Con la presenza dei monaci benedettini di San Vincenzo al Volturno ai quali il Duca Longobardo di Benevento Gisulfo I donò la chiesa verso il VII secolo, il sito ormai in decadenza (anche per incendi e calamità naturali) riprese nuova vita, fino a diventare il centro religioso più importante della valle del Trigno. Per circa 800 anni i benedettini rimasero sul posto, fino al 1484. La chiesa, dunque, ha origine molto antiche; conobbe numerose fasi che la videro progressivamente ampliata, fino ad assumere l’aspetto che conserva tuttora. Fu l’abate Rainaldo, rettore dell’abbazia tra il 1137 e il 1166, ad edificare l’edificio nell’aspetto in cui la vediamo oggi; essa riutilizzò, nella muratura, conci, blocchi lavorati, cornici, iscrizioni, sia della villa e di monumenti funerari dell’insediamento romano, sia dei precedenti edifici. Uno di questi blocchi si trova attualmente utilizzato come paliotto dell’altare maggiore; a bassissimo rilievo, raffigura una scena conviviale di vita monastica, datata al X secolo. Il portale, molto semplice, ha la lunetta in cui sono l’agnello crucifero ed un leone alato in una cornice di tralci e grappoli. Le tre navate interne terminanti con le rispettive absidi, sono segnate da un sistema misto di pilastri e colonne, con capitelli ornati da motivi vegetali. La navata centrale ospita la statua lignea, policroma della Madonna del Canneto con Bambino, opera del XIV secolo. L’opera più importante è il pulpito, collocato attualmente sul lato sinistro della navata centrale (ma non erano queste né la sua posizione originaria né la struttura compositiva e ornamentale). Datato da una iscrizione al 1223, esso si sviluppa su quattro colonne. Il parapetto è scandito in sette nicchie che ospitano, quasi a tutto tondo, sei monaci di cui tre a sinistra nell’atto di svolgere le loro funzioni religiose, i tre a destra in preghiera o in atto di elemosinare; al centro è una colonnina che sorregge l’aquila.

 

La chiesa di S. Maria della Strada a Matrice
Inaugurata nel 1148.
La chiesa si erge su una collinetta isolata in un vasto pianoro attraversato dal tratturo (da cui la denominazione data all’edificio). Molto semplice, con interno diviso in tre navate da colonne con capitelli stilizzati, presbiterio soprelevato e tre absidi, presenta la facciata a salienti con lunetta, con portone sormontato da timpano e due lunette laterali; una ulteriore lunetta è sulla porta secondaria che si apre sul fianco destro. Sulle pareti laterali corrono archetti pensili. Il campanile a pianta quadrata è staccato dalla chiesa e si trova collocato sulla parte anteriore destra. Una ricca decorazione a rilievo si sviluppa sulle lunette e nel timpano, con scene figurate, spesso simboliche e, in ogni caso, di non facile interpretazione; sul timpano in una figura su quadrupede si riconosce la Vergine (o un feudatario/castellano), una figura umana ingoiata da un mostro ricorda Giona, le due figure umane laterali, con occhi chiusi e braccia incrociate per metà ingoiate da serpenti, potrebbero rimandare all’ultimo giudizio, due pavoni che bevono da un vaso e un leone che ha tra le zampe una figura umana appartengono al repertorio simbolico. La lunetta del portale secondario presenta una scena identificata con il mito di Alessandro Magno raffigurato sul carro sorretto da due grifoni. Sulla lunetta sinistra della facciata è una scena complessa in cui potrebbe essere identificata un episodio della Chanson de geste di Fioravante nel momento in cui quest’ultimo trafigge un saraceno per liberare la dama da questi rapita; sulla lunetta destra, con tre medaglioni di cui quello centrale ospita un suonatore di corno, è stato ipotizzato un richiamo al paladino Orlando. All’interno, sulla parete di sinistra, si trova un monumento funerario trecentesco ispirato a monumenti napoletani sia per l’impostazione architettonica sia per i ricchi motivi decorativi: nella parete bassa si trova Cristo benedicente, di lato due stemmi; al centro due angeli scoprono il corpo giacente, in alto è l’arco gotico con agnello crucifero al centro, guglie e colonnette ai lati.

 


La chiesa di S. Giorgio a Petrella Tifernina
Consacrata nel 1211
Coerentemente inserita nel contesto urbano, al centro del borgo antico, la chiesa affaccia su una piazzetta; si presenta in pianta con evidenti anomalie determinate da preesistenze architettoniche e dalla situazione urbanistica. Ristrutturata nel settecento secondo modelli barocchi, ha conosciuto un considerevole intervento di restauro nel 1955. La facciata è a salienti, con portale architravato entro uno pseudo protiro; sulla lunetta è a rilievo l’episodio di Giona inghiottito dal mostro marino. Sul protiro è un finestrone; il coronamento degli spioventi è caratterizzato da archetti pensili con volti umani ed animali. Un secondo ingresso anch’esso preceduto da scalinate, è sulla sinistra, con animali mostruosi sulla lunetta. Diverse monofore corrono sulle pareti, talune incorniciate da fasce riccamente ornate a bassorilievo. Il campanile è staccato dalla chiesa; a pianta quadrata nella parte bassa (che è anche la più antica), in alto assume configurazione ottagonale con cuspide rivestita in maiolica (dovuta agli interventi settecenteschi). La chiesa è chiusa posteriormente dalle tre absidi, con pareti lisce, ornate da colonnine coronate da archetti pensili. Le tre navate interne sono divise da pilastri cruciformi coronati da capitelli riccamente ornati con motivi zoomorfi, vegetali e figurati, cui lavorarono più maestri di diversa perizia; ad essi corrispondono, sulle pareti laterali, dei semipilastri legati ai pilastri centrali da archi trasversali, sui quali posava la copertura a volta. Oltre alle decorazioni a rilievo dei capitelli, alcune più comuni altre meno, si conserva all’interno un fonte battesimale monolitico, emisferico, decorato a bassorilievo con serie di girali, foglie e rosette. Non mancano delle lastre, inserite nella muratura, decorate con motivo ad intreccio, risalenti ad epoca anteriore alla costruzione della chiesa.

 

L’abbazia di S. Maria di Casalpiano a Morrone del Sannio
XIII secolo, con strutture anteriori e rifacimenti posteriori.
I dati d’archivio documentano che prima dell’anno 1000 esistevano nella località due chiese. Attualmente il sito rileva tutta la sua complessità (architettonica e cronologica) quale risultato della frequentazione pressoché ininterrotta dal periodo preromano e romano (villa rustica), attraverso l’alto medioevo (lo stesso toponimo Casalpiano è altomedioevale e lascia presupporre appunto l’esistenza di un casale, centro amministrativo minore), medievale, rinascimentale e moderno. Le due chiese oggi visibili, realizzate in momenti differenti, si sovrappongono all’insediamento romano, coprendolo in parte e rispettandone l’orientamento. Dei due edifici religiosi il più antico sembrerebbe essere l’edificio di destra, il quale a sua volta ha conosciuto varie fasi architettoniche; blocchi decorati e frammenti riutilizzati nelle pareti erano pertinenti all’impianto precedente a quello romano che si legge attualmente; nel XIII secolo la chiesa fu completamente ristrutturata, ricevendo l’articolazione in tre navate, con facciate segnate da archetti ciechi (interrotti ora dal novecentesco portale), archetti che continuano anche sul lato destro e sull’abside centrale (quelle laterali sono ampiamente manomesse dagli interventi posteriori). Il campanile aderisce alla parte iniziale della parete destra della chiesa, sulla quale si sviluppa anche il battistero che conserva sulla parete anteriore e posteriore due monofore strombate. Opere di restauro conseguenti al terremoto del 1456 furono realizzate nel primo trentennio del cinquecento; successivamente, agli inizi del settecento, a seguito di altri interventi, fu spostato l’ingresso dove si trova attualmente (all’origine era sul lato opposto) e fu costruito il campanile. L’edificio di sinistra ora è restaurato a rudere; è una chiesa enorme, divisa in tre navate con rispettive tre absidi di cui quella centrale si conserva per tutta la sua altezza; le colonne ed i capitelli erano lisci. L’uso di questo edificio non durò a lungo, probabilmente perché interessato da sconnessioni strutturali.

 

La chiesa di S. Maria a Mare a Campomarino
XII-XIII secolo con sostanziali modifiche degli inizi del XVIII secolo; cripta del XII secolo con affreschi del XVI secolo.
L’edificio, che nel 1710 subì consistenti modifiche che lo trasformarono in un vano unico, era in stile romanico, di cui restano tracce ancora parzialmente visibili: parte dei muri perimetrali, una porta murata, finestre ad arco acuto sul lato destro e due delle absidi, in particolare quella destra. La muratura è in pietra, con conci ben levigati, caratterizzata da una serie di archetti pensili che posano su mensoline e su lesene laterali, come in altri edifici simili della zona molisana (ad es. nelle absidi di S. Nicola a Guglionesi). All’interno tali absidi sono resi visibili dai restauri ultimi, come sono visibili al di sotto dell’attuale pavimento le basi di sostegno dei pilastri e delle colonne dell’edificio precedente. La cripta è a pianta rettangolare con tre absidi, che corrispondono esattamente con quelle dell’edificio superiore, con archi di grossi blocchi levigati, tra i quali semipilastri con colonnine coronati da capitelli a motivi vegetali. Sulle pareti della cripta restano frammenti di affreschi, i più consistenti dei quali si trovano sulla parete sinistra con figure di santi: si individuano S. Nicola, con abito episcopale e nome inciso accanto sulla testa, e un Santo con cavallo e lancia (S. Giorgio?); sulla stessa parete una figura atterrata e schiacciata da un cavallo ha fatto supporre il riferimento ad una scena collegata alle incursioni turche sul litorale adriatico.

 

La chiesa di S. Antonio Abate a Campobasso
Secolo XVI; arredi del XVII secolo.
Sorge nell’omonimo quartiere, al di fuori della seconda cerchia di mura che Cola di Monforte, nel 1458, fece edificare per includere tutta la parte della città che ormai si era estesa anche ai piedi del colle. La chiesa è di poco posteriore, con un portale tardo rinascimentale molto semplice che reca la data del 1572. L’interno, semplice dal punto di vista architettonico (un’aula con soffitto piano), conserva una molteplicità di opere d’arte di particolare rilevanza: dagli affreschi, di poco noti artisti di scuola napoletana, che si susseguono nella parte alta delle pareti, alla serie degli altari nei quali confluiscono la perizia degli artigiani locali nella carpenteria lignea (che si può ammirare anche nella cantoria d’organo e nella nicchia che ospita la statua del santo). Gli altari ospitano tele e sculture coerentemente e armonicamente inserite nella ricca cornice lignea. Opera di Francesco Guarino da Solofra è la tela con S. Benedetto che libera un benedettino ossesso, dal 1643, che si trova sul primo altare a sinistra; altre due tele dello stesso autore (il Battista e S. Gregorio Papa) sormontato da due più piccole (S. Antonio e S. Francesco) fiancheggiano la nicchia con la statua della Vergine col Bambino nel secondo altare a sinistra. Un altro artista napoletano, presente nella chiesa di Campobasso con una lunetta raffigurante il Padre Eterno, è Paolo Fenoglia. L’opera è sul secondo altare a destra la cui pala scomparve, sembra, in concomitanza con la presenza francese a Campobasso nel 1799, quando furono trafugate le colonne indorate di tutti gli altari della chiesa. Altri dipinti, come la Tentazione di S. Antonio, sulla parete di fondo del coro, sono opere di influsso fiammingo del tardo cinquecento. Infine, la statua lignea di S. Antonio Abate, datata al XVI secolo, collocata in un contesto architettonico ligneo e contornata da nove piccole tele con episodi della vita del santo, datate alla metà del XVII secolo. Dell’artista campobassano Paolo Saverio Di Zinno è la statua lignea di S. Francesco.

 

La cattedrale di Termoli
Metà circa del XIII secolo su impianto più antico.
Situata nel cuore del borgo medioevale, la cattedrale di Termoli affaccia su un’ampia piazza quadrata contornata da case basse che danno direttamente sul mare. La chiesa più antica, parzialmente conservatasi, è sottostante all’impianto attuale e risale al secolo XI; di essa si possono osservare alcuni pavimenti in mosaico, con figure di animali affrontati ai lati di un albero, una sirena tra pesci, un leone che mangia un animale, un lupo e serpenti tra ornati geometrici. La chiesa superiore, che trovò realizzazione nel 1200 nell’ambito delle spinte artistiche e innovative sotto Federico II di Svevia , presenta stretti contatti con le coeve manifestazioni artistiche ed architettoniche della vicina Puglia. Sulla facciata principale si apre il maestoso portale, preceduto da alta scalinata, sormontato da un arco, fiancheggiato da tre arcate per lato con bifore cieche; nella parte superiore, che è più recente, si apre il rosone. Oltre alle colonnine, variamente conformate, si trovano nelle bifore esterne delle figure di animali a tutto tondo; sul fondo di alcune di esse sono, inoltre, raffigurate ad altorilievo scene evangeliche. Sulla lunetta del portale è scolpita, sempre a rilievo, la Presentazione al Tempio; sui capitelli della facciata sono statue di Santi e teste maschili e femminili. La parete destra della chiesa è una fuga di archi sostenuti da lesene con basi e capitelli. L’interno è il risultato di numerose trasformazioni, le più radicali delle quali furono quelle realizzate negli anni Trenta del secolo scorso: gravi lesioni costrinsero ad abbattere la volta ma fu mantenuta l’articolazione in tre navate che ripete la scansione della chiesa sottostante più antica; a causa di questa preesistenza si rese necessario soprelevare il pavimento; la zona posteriore, inoltre, pur mantenendo l’articolazione in tre absidi, fu spostata in avanti rispetto a quella inferiore. In occasione dei restauri degli anni Trenta si operò una ulteriore soprelevazione della zona presbiteriale.

 

La chiesa di S. Alfonso dei Liguori a Colletorto
XIV secolo (torre); XVIII secolo (chiesa e arredi).
Oltre alla chiesa di S. Giovanni Battista, situata al centro del paese e che conserva un prezioso dipinto su tavola probabilmente del XVII secolo, raffigurante una la Madonna nella Purità, la chiesa di S. Alfonso dei Liguori si trova nella parte alta del centro ed è annessa ad un monastero riedificato nel 1729 al posto della chiesa di S. Maria del Carmine. L’interno ha una sola navata con cappelle laterali scandite da paraste. Conserva pregevoli opere d’arte del XVIII secolo, soprattutto lignee: un grande coro in legno intarsiato con riquadri raffiguranti scene del Vecchio Testamento, attribuito a maestro francescano, e un pregevole organo. Nella chiesa sono inoltre conservate due statue lignee dell’artista campobassano Paolo Saverio Di Zinno e quattro tele del pittore molisano Paolo Gamba, con episodi della vita di Gesù. Lo stesso artista eseguì per Colletorto altre tele; una Madonna del Purgatorio, conservata nella chiesa di S. Giovanni Battista, e quattro tele di argomento profano (Le Quattro Stagioni) che si trovano nel municipio.

 

La cattedrale di Larino
1319
Sorta su un edificio preesistente, nel cuore del centro medievale di Larino, la chiesa è a pianta asimmetrica determinata evidentemente da edifici preesistenti e dalla necessità di conformarsi al tracciato urbano. L’interno é diviso in tre navate da cinque pilastri coronati da arcate a sesto acuto sul lato destro, da quattro sul lato sinistro. La navata centrale è coperta a capriate, quelle laterali sono volte a crociera costolate.
La facciata, obliqua rispetto al resto della fabbrica, ha coronamento orizzontale scandito in due zone: quella inferiore ospita l’unico ma ricchissimo portale strombato con timpano, in quella superiore si articolano ai lati due bifore, al centro un rosone di tredici raggi. Il campanile, situato a destra, si erge su arco a ogiva e fu portato a compimento nel 1523.
Le parti decorative della cattedrale si trovano prevalentemente concentrate nella facciata: spirali, foglie, fiori, motivi a tortiglione e intrecci si susseguono nel portale, nelle bifore e nel rosone; qui si concentra anche la decorazione scultorea a tutto tondo (leoni e grifi sul portale) o ad altorilievo (teste, animali fantastici). La lunetta ospita la scena della Crocifissione.
L’interno conserva, specialmente sulla parete destra, frammenti di affreschi del tardo Trecento e del Quattrocento, il più cospicuo dei quali raffigura S. Orsola.

 

La cappella della Madonna delle Grazie a Riccia
1500
Dal lato opposto della piazza su cui apre l’ingresso del castello si trova la cappella gentilizia di S. Maria delle Grazie, ingrandita ed abbellita nel 1500 da Bartolomeo di Capua. La facciata rinascimentale, elegante nella sua semplicità, è un articolarsi di filari di lastre di pietra sormontati dal timpano e interrotte dal piccolo portale sul cui architrave è raffigurato lo stemma della famiglia di Capua. Più in alto l’apertura circolare, ai lati lesene scanalate. L’interno è articolato in due parti di cui quella posteriore, di epoca più antica (XII secolo) preceduta da un arco, ha la volta a crociera. In questa cappella è sepolta, in una tomba ad arcosolio, la sfortunata regina Costanza di Chiaromonte, moglie ripudiata da Ladislao Durazzo obbligata da questi, nel 1392, ad andare in moglie ad Andrea di Capua, feudatario di Riccia. La regina ripudiata consumò i suoi giorni nel castello di Riccia, dove nel 1420 morì.

 

La chiesa di S. Nicola di Bari a Guglionesi
XII secolo
Posta sulla sommità di una collina che affaccia a sud sulla valle del basso corso del fiume Biferno, dalla parte opposta, sulla valle del torrente Sinarca, a est sulla costa adriatica, Guglionesi conserva, poco manomesso, il nucleo del centro storico sulla parte più alta del colle. Secondo la tradizione il colle fu fortificato per la prima volta nel IX secolo sotto Roberto il Guiscardo, con due castelli collocati presso i due accessi, ed una cerchia di mura con diciotto torri: di essi non è rimasto che qualche rudere. Numerose le vicende che interessarono Guglionesi dall’epoca dei Saraceni; incursioni da parte degli stessi Saraceni nell’801, saccheggi da parte di Lotario II nel 1137, invasioni nel corso del XIV secolo. Con l’assegnazione a Giovanna di Durazzo, moglie di Roberto d’Artois, nel 1354, il centro fu abbellito ed arricchito di numerosissime chiese e conventi. Il centro storico si sviluppa compatto con uno schema a ventaglio dalla parte alta del colle, con un susseguirsi di chiese ed edifici pubblici abbelliti da portali in pietra. Le due chiese più antiche, di notevole importanza storica ed artistica, sono quella di S. Nicola e quella di S. Maria Maggiore. Della chiesa di S. Nicola si avrebbe menzione per la prima volta in una pergamena del 1049; alcuni frammenti scultorei della prima fase della chiesa sono presenti nella muratura dell’edificio ricostruito nel XII secolo, probabilmente dopo il terremoto del 1117. La facciata a salienti è segnata dal rosone di conci di colore alternato, dal portale con lunetta a bassorilievo con leone e grifone affrontati, al quale seguono due arcate cieche per parte, che proseguono anche nelle facciate laterali e nelle tre absidi posteriori. Le tre navate interne sono divise da robusti pilastri con arcate a sesto acuto, con una solenne scalinata che porta al presbiterio.

 

La chiesa di S. Maria Maggiore a Guglionesi
XVII secolo; cripta del XII-XIII secolo.
Originariamente la chiesa, di origine molto antica, era dedicata a S,. Pietro: nel 1746 ricevette la sistemazione definitiva, cambiando anche l’orientamento. In stile barocco, presenta una facciata tripartita, con altrettanti portali con frontoni spezzati. Le tre navate interne sono ornate da stucchi. Il patrimonio storico artistico che si conserva in questo edificio annovera importanti tavole cinquecentesche e opere settecentesche di pregio: la statua argentea di S. Adamo, del 1729, due tele della fine del settecento (S. Adamo, di Pietro Bardellino, del 1786; L’ultima cena, del napoletano Ferdinando Castiglia, del 1800). Sottostante alla chiesa è la cripta di S. Adamo, con tre absidi esterne ed interno diviso in navate da basse colonne con arcate a tutto sesto e volte a crociera. In essa, unitamente ad un locale annesso, si sviluppa un ciclo di affreschi della seconda metà del XVI secolo, con scene dell’antico testamento (Diluvio, Arca di Noè, Torre di Babele nella cripta: scene della genesi nel locale adiacente).

 

Il Convento di S. Maria della Libera a Cercemaggiore
Situato nel pianoro alle falde del monte S. Maria dove sorge il centro medioevale e moderno, e di Monte Saraceno dove sono ancora visibili i resti di una poderosa fortificazione di epoca sannitica, il santuario è intitolato alla Madonna della Libera; tale appellativo secondo la tradizione risalirebbe al 663, anno in cui l’Imperatore d’Oriente Costanzo II cinse di assedio Benevento e il (futuro) vescovo Barbato invocò la Vergine che apparve così come la si vede raffigurata nella statua lignea conservata nella chiesa. Sia la chiesa che il convento furono riedificati nella seconda metà del XV secolo (il campanile fu terminato nel 1506) dopo i gravi danni causati del terremoto del 1456, per intervento diretto della famiglia Carafa e in particolare del conte Alberico e della moglie Giovannella di Molise. Di epoca anteriore (XII-XIV secolo) sono i leoni in pietra attualmente ai lati dell’altare settecentesco della chiesa. L’impianto rinascimentale è ampiamente modificato (non tanto nella planimetria quanto negli alzati) sia nel convento (il chiostro segnato da una serie di eleganti e semplici pilastri) che nella chiesa, come pure il portale architettonico della chiesa su facciata ampiamente modificata. All’interno si conservano sculture, tele ed affreschi di notevole pregio. Nel refettorio piccolo, sulla parete frontale all’ingresso, è l’affresco di S. Domenico che moltiplica il pane per i suoi frati; nel refettorio maggiore, un’ampia aula con volta a botte, la parete di fondo è occupata da un enorme affresco con l’Ultima Cena, che reca la data del 1686 e il nome dell’autore, Nicola Fenico Campobassano, che firmò anche una tela con Madonna fra santi nella chiesa dello stesso convento, con la data del 1687. Numerose altre tele, di autori non noti, sono sia nella chiesa che nel convento. Della statua lignea di San Vincenzo Ferrer fu autore Paolo Saverio Di Zinno.

 


 
 
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