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La villa rustica
di Morrone del Sannio
I resti di una villa rustica sono venuti alla luce nell’area
immediatamente adiacente alla chiesa di S. Maria di Casalpiano.
L’insediamento conobbe numerose trasformazioni nel corso
del lungo periodo di frequentazione dal IV-III secolo a.C.
fino ai nostri giorni. Nel II secolo a.C., probabilmente dopo
le devastazioni connesse con la presenza di Annibale accampatosi
nella vicina Gereonium, l’insediamento fu sottoposto
ad un consistente rinnovamento che vide la realizzazione di
una serie di pavimenti in cocciopisto (un battuto di calce
e frammenti sminuzzati di terracotta) con decorazione a mosaico
negli ambienti destinati all’abitazione del padrone;
oltre a questi vani è stato individuato un ambiente
destinato alle terme, delle quali sono testimonianza le suspensurae,
cioè le colonnine di terracotta che sostenevano il
pavimento sopraelevato al di sotto del quale circolava aria
calda. Altri ambienti sono stati individuati al di sotto del
pavimento della chiesa, anch’essi pavimentati in cocciopisto.
A seguito dell’abbandono della villa, che deve essersi
verificato in epoca tardo-imperiale, l’area fu adibita
a cimitero; le tombe, distribuite in maniera fitta in tutta
l’area, hanno spesso danneggiato sia i muri più
antichi sia i pavimenti. Agli inizi del IX secolo, secondo
le fonti, c’era un insediamento benedettino, individuato
in una serie di ambienti le cui murature ricalcano in parte
i muri romani preesistenti. Tra
l’XI e il XIV secolo si impiantano le due chiese ancora
oggi visibili.
Nella zona, note da tempo, sono state rinvenute alcune iscrizioni
romane ed una stele con timpano triangolare decorato da due
fiere e, al di sotto, quattro busti a rilievo. Tra le iscrizioni
la più interessante è una dedica, fatta come
ex voto, da un liberto, C. Salvino Eutychus, per il ritorno
della padrona Rectina. La Rectina menzionata nel testo dell’iscrizione
è identificata con Rectina ricordata in una lettera
di Plinio il Giovane, nella quale lo scrittore romano racconta
quanto successe allo zio il giorno dell’eruzione del
Vesuvio, nel 79 d.C.: portatosi nel golfo di Napoli per assistere
più da vicino al fenomeno dell’eruzione, gli
fu recapitato un biglietto di Rectina che lo pregava di andarla
a salvare via mare. La domina menzionata nell’iscrizione
di Casalpiano sarebbe dunque scampata alla eruzione del Vesuvio
e, tornata in questa villa, avrebbe qui trascorso il resto
della sua vita.
La villa rustica
di Canneto sul Trigno
Situata sulla sponda destra del fiume Trigno, a pochi metri
dalla riva, la villa rustica (grossa azienda agricola) è
stata esplorata per buona parte del settore artigianale (pars
rustica) destinato alla lavorazione del vino (e/o dell’olio)
e per piccola parte del settore abitato o frequentato dal
proprietario (pars urbana). Nel primo si articolano
il torcularium, cioè l’ambiente dove
avveniva la spremitura, che presenta un pavimento in mattoncini
disposti a spina di pesce (opus spicatum) nel quale
è la superficie di spremitura (ara) con canale
circolare sfociante in una canaletta rettilinea che, dopo
aver attraversato il muro dall’ambiente, immetteva nella
vasca di decantazione e/o di fermentazione (lacus);
i magazzini della villa (cella) si trovano in un
ambiente lungo e stretto nel quale, al di sotto dell’originario
livello pavimentale, sono distribuite due file di botti di
terracotta (dolia). Altre botti erano distribuite
in altri ambienti. Della parte padronale sono visibili tre
ambienti pavimentati in mosaico; uno di essi, policromo, presenta
una decorazione geometrico-floreale (riquadri, esagoni) con
inserzioni figurate (colombi su rami); un altro mosaico è
articolato in riquadri con motivi floreali con il quadro centrale
raffigurante un animale (un leone?). Tra le ville rustiche
romane note nel Molise quella di Canneto, pur nella parzialità
degli scavi eseguiti, è la più leggibile nelle
articolazioni degli ambienti e negli elementi compositivi.
Di particolare interesse si rilevano i magazzini con la sequenza
delle botti. Sulla base delle loro dimensioni e sul numero
originario di essi è possibile ipotizzare la quantità
di liquido in essa contenuto, sia pure in modo approssimativo.
Le botti hanno una capacità standard di due cullei
corrispondenti a circa 1000 litri ciascuno; nella cella e
negli ambienti ad essa adiacenti dovevano esistere circa 100
contenitori per una capacità di circa 100.000 litri
di liquido. Delle attività svolte nella villa è
documentata anche la produzione di oggetti in terracotta,
per la presenza della relativa fornace, e quella della macinazione
di cereali. La villa era munita di terme, poi obliterate dalla
costruzione della chiesa romanica.
La villa rustica
di San Giacomo degli Schiavoni
Il sito si trova non lontano dal percorso del tratturo Aquila-Foggia,
su una vasta area pianeggiante a qualche chilometro dalla
costa adriatica. Alcuni ruderi rimasti sempre in vista hanno
dato il toponimo come di consueto legato a culti cristiani,
in questo caso S. Pietro. Gli strati antichi documentano come
inizio della frequentazione il IV secolo a.C., ma le strutture
rimesse in luce si collocano prevalentemente nei primi secoli
dell’impero. Si tratta di un grosso impianto la cui
parte fondamentale è interessata da una sistemazione
idraulica eccezionale e molto articolata, i cui elementi essenziali
sono una cisterna interrata in ottimo stato di conservazione
fatta esclusione della copertura, una serie di vasche, una
fognatura.
La prima è a pianta rettangolare (metri 6,30 x 9,20;
l’altezza massima è di metri 3,40) con pilastro
centrale; la muratura è rivestita da un paramento in
mattoni ed il pavimento è costituito da piccole mattonelle
di terracotta, con cordoli in massetto negli spigoli di base,
applicati per evitare la formazione di depositi di difficile
asportazione. Collegata a questa, ma a quota molto più
alta, è un’altra cisterna, più piccola
ma realizzata con la stessa tecnica e con gli stessi accorgimenti,
la quale potrebbe essere identificata con la piscina limaria,
cioè la vasca per la decantazione delle acque. La fognatura
si trova a circa 5 metri di profondità rispetto all’antico
piano di calpestio, è pavimentata in mattoni bipedali
ed è coperta con tegole disposte “a cappuccina”,
cioè a mo’ di tetto a spioventi. Lungo il suo
percorso si incontrano due pozzetti di cui uno iniziale, nel
punto di raccordo con la cisterna, ed uno intermedio con funzione
di ispezione, inoltre altre vaschette, un pozzo (profondo
oltre 4 metri ), canali, ambienti, tracce di pavimentazioni
di mattoni disposti a spina di pesce (opus spicatum).
Un ambiente posto verso nord conserva una serie di botti di
terracotta (dolia) ed altre due piccole vasche quadrate.
La villa rustica
di San Martino in Pensilis
La località Mattonelle è situata nelle Piane
di Larino, non lontano dalla riva destra del fiume Biferno
e presso il percorso del tratturo Centurelle-Montesecco.
Nell’antichità il territorio era di pertinenza
del municipio romano di Larinum. È stato finora scavata
una grossa parte del settore rustico con alcuni ambienti dove
erano ubicato il torchio (torcularium), i magazzini
(cella vinaria) e i depositi. La parte destinata
agli appartamenti del padrone era situata sul margine nord-est
della piana in posizione panoramica sulla valle del Biferno,
verso le colline della opposta sponda del fiume e verso il
mare. Di questa parte della villa sono stati individuati solo
il porticato, tracce di pavimentazioni in mosaico e un ambiente
con vasca per la raccolta delle acque piovane (impluvio).
La villa aveva una estensione notevole, testimonianza di una
fiorente produzione agricola della quale, peraltro, sono importante
documento alcune
anfore vinarie da trasporto con iscrizioni dipinte riferite
al prodotto contenuto e all’annata di produzione (sotto
l’imperatore Domiziano, esplicitamente citato con le
relative cariche: 88 d.C.). Se della serie di muri, sia della
pars rustica che della pars urbana restano
solo le fondazioni (l’area è stata oggetto di
coltivazioni intensive e di una continua opera di ripulitura),
di alcune strutture si legge con chiarezza la conformazione.
Ci si riferisce soprattutto alla zona dove avveniva la lavorazione
dei prodotti agricoli, con vasche e vaschette ottenute in
laterizi. Della lunga frequentazione del sito è estimonianza
la grande quantità di materiale, soprattutto ceramica,
rinvenuta nel corso degli scavi.
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