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La città
Punto di incrocio dei percorsi che seguono l’andamento
costiero con quelli che dall’interno raggiungono la
costa, Larino deve la sua nascita e il suo sviluppo a questo
snodo. In posizione dominante sulla bassa valle del Biferno
da un lato, sulle Piane attraverso le quali facilmente si
raggiunge la costa, aperta
alle aree pugliesi, la zona di Piano San Leonardo sin da epoche
protostoriche cominciò ad ospitare insediamenti umani.
In epoca arcaica si rinvengono nuclei di piccoli sepolcreti
sparsi in forma anulare, a testimonianza di gruppi numerosi
di piccoli villaggi, con comunità che probabilmente
condividevano alcuni servizi. La prima forma urbana risale
alla fine del V secolo a.C., ma si trova realizzata in quello
successivo. Dell’impianto urbano di quest’epoca
si conosce poco in quanto le successive sistemazioni urbanistiche
si sovrapposero, obliterandole ed inglobandole, a quelle precedenti.
Si trovano però qua e là testimonianze significative
che permettono di definire questo primo insediamento urbano
caratterizzato da edifici con zoccolature in blocchi di arenaria
e alzato in mattoni crudi; piccoli tratti di strade di epoca
preromana, risalenti al IV e III secolo a.C., si sono trovati
laddove poi sorse l’anfiteatro, con pavimentazione in
piccoli ciottoli disposti di taglio formanti un disegno geometrico.
A partire da epoca augustea la città cominciò
ad avere una nuova sistemazione urbanistica soprattutto in
riferimento ad edifici pubblici di grande rilevanza: l’area
del foro, nella prima metà del I secolo d.C., l’anfiteatro,
nella seconda metà dello stesso secolo, le terme e
taluni edifici pavimentati in mosaici bicromi e policromi
a nel II secolo.
Rispettando la conformazione del terreno e i percorsi stradali
che si erano configurati da tempo, la forma della città
non ebbe mai un contorno regolare; si sviluppò ai lati
delle strade assumendo una conformazione “a boomerang”.
L’abbandono del sito risale probabilmente ad epoca tardo
antica; la popolazione, in epoche di disordini e di insicurezze,
cominciò a stanziarsi a valle, su uno sperone roccioso
difeso naturalmente; qui si sviluppò il centro medievale
e moderno, mentre il sito preromano e romano andò progressivamente
in rovina, per essere rioccupato solo in tempi recentissimi:
“Larino nuova”, come la si definisce, si è
sviluppata negli ultimi cinquant’anni sul sito dell’antica
Larinum.
L’anfiteatro
Di forma ovale, con curva policentrica, presenta una struttura
mista: l'arena e gli ordini inferiori della cavea sono difatti
scavati nello strato di arenaria, quelli
superiori sono costruiti in elevato. Per l'accesso all'arena
e agli ordini inferiori della cavea si aprono quattro porte
di cui due (nord e sud) di maggiori dimensioni. Per la distribuzione
degli spettatori serviva un ambulacro con volte a botte nel
quale si aprivano 12 vomitori corrispondenti ad altrettante
gradinate radiali, mentre l'accesso all'ordine superiore era
assicurato da scale esterne come avveniva nell'anfiteatro
di Pompei. I muri in elevato sono realizzati con opus
coementicium con paramento in mattoni interrotti da tratti
in opera reticolata. Il piano dell'arena è bombato
al centro, in modo da permettere la raccolta delle acque nel
canale che la circonda (euripo). In posizione decentrata è
una fossa a pianta quadrata, che permetteva molto probabilmente
il ricorso ad effetti scenici mediante un elevatore (sul suo
fondo sono stati trovati i contrappesi che ne assicuravano
il funzionamento). La costruzione dell'anfiteatro è
datata da una iscrizione rinvenuta presso la porta est, che
menziona anche il finanziatore dell'opera: il committente
dell'opera fu un personaggio di rango senatorio, Capitone,
di cui si è perso il gentilizio. L'anfiteatro di Larino
è uno degli esempi di rinnovamento edilizio che interessò
gli edifici destinati agli spettacoli anfiteatrali verso la
fine del I secolo d.C. trovando impulso dalla fastosa inaugurazione
dell'anfiteatro flavio: furono difatti molti i personaggi
di alto rango che diedero prova di evergetismo finanziando
tali strutture (l'anfiteatro di Urbisaglia, Cassino, Lucca;
dello stesso periodo sono anche le strutture anfiteatrali
di Amiterno, Volsinii, Aquileia, Parma). Per quanto attiene
alla struttura, il suo carattere "misto" lo distingue
da altri edifici quali quelli di Verona, Pozzuoli e dello
stesso anfiteatro Flavio, interamente costruiti in elevato.
Di media grandezza (più piccolo di quelli sopra citati)
si avvicina per dimensioni al non lontanissimo anfiteatro
di Lucera e di Alba Fucens, con una capacità di circa
10.000 spettatori.
Le terme presso
l’anfiteatro
Non mancavano le terme in una città densamente popolata
e trafficata. A Larino ne sono state identificate almeno quattro,
dislocate in vari punti della città, di cui due nelle
immediate vicinanze dell’anfiteatro e in tutti i casi
(almeno così sembrerebbe) nella vicinanza di strade
principali.
Di uno di questi impianti, ora interrato, furono identificati
due ambienti absidati di cui uno pavimentato in mosaico; un
altro ambiente, addossato ad una delle due absidi, era adibito
a cisterna. Del secondo impianto termale si vedevano agli
inizi di questo secolo cospicui resti dell’elevato in
laterizi (i resti all’epoca incorporati in una costruzione
adibita a frantoio); anche qui si è ricostruita in
pianta l’esistenza di ambienti absidati e di aule a
pianta quadrata con pilastri. Del terzo impianto termale individuato
con saggi di scavo nel 1951, ora distrutto, resta solo la
documentazione dell’epoca dei saggi; si parla di almeno
dieci ambienti con relativi pavimenti (in mosaico, in opus
spicatum) e di altri destinati alla combustione, che
ne permisero l’identificazione come ambienti termali.
Il quarto impianto è stato recentemente esplorato in
parte della sua struttura; esso è collocato a sud-ovest
dell’anfiteatro, da esso distante circa 50 m., all’interno
del parco di Villa Zappone. Si susseguono ambienti ipogei
di varie forme e dimensioni di cui uno absidato con pavimenti
in lastre di laterizi e qua e là tracce delle colonnine
fittili adibite a suspensurae (le colonnine che sostenevano
un pavimento pensile sotto il quale circolava aria calda).
Un rudere, rimasto sempre in vista, si conserva in altezza
per circa 10 m.: si tratta di un enorme pilastro (m. 2,00
x 2,80) con nucleo cementizio e rivestimento in laterizi.
Di queste terme è stato parzialmente esplorato un grosso
ambiente pavimentato con un mosaico a tre colori: su campo
bianco c'è un riquadro centrale con motivi geometri,
mentre l'ampio spazio marginale, delimitato da fasce nere,
ha motivi figurati: delfini guizzanti e animali marini.
La domus
ellenistica
Le varie fasi urbane della città di Larinum sono documentate
ovunque si siano eseguiti saggi o scavi archeologici. Nella
zona di Torre S. Anna, dove sono stati individuati un’area
pubblica con portici, ambienti absidati ed un edificio a probabile
destinazione sacra (tempio di Marte?) è stata esplorata
una interessante casa (domus) pre-imperiale che,
parzialmente, fu distrutta o comunque obliterata dagli edifici
sopra menzionati. A sua volta la domus conobbe almeno
due fasi, anche se l’edificio mantenne intatta la struttura:
un grande atrio quadrangolare pavimentato in ciottoli policromi,
un corridoio di ingresso (fauces) anch’esso
in policromia di ciottoli; al centro (o quasi) è un
impluvium (vasca per la raccolta dell’acqua
piovana) con mosaico policromo raffigurante su campo bianco
un polipo centrale e quattro cernie agli angoli; tutto intorno
un’ampia cornice di tralci, pampini e grappoli: questo
impluvio fu aggiunto nella seconda fase insieme alla fascia
pavimentale immediatamente circostante. Attorno a questo atrio
si distribuisce una serie di ambienti cui si accedeva tramite
vani con soglia in pietra e cardini di bronzo (una sola è
conservata integra). Delle pareti si conserva solo la fondazione
con la zoccolatura di base, costituita da grossi blocchi di
arenaria; si suppone che l’alzato fosse in mattoni crudi;
uno degli ambienti laterali conserva parte del pavimento in
cocciopisto con tessere a motivo punteggiato.
Un’area
pubblica
Il settore è ubicato a circa 100 metri a
nord-ovest dell’anfiteatro. Esplorato parzialmente,
si articola in un edificio a pianta quasi quadrata su alto
podio, rimasto sempre parzialmente in luce, eseguito in muratura
di mattoni (opus latericium), che potrebbe essere
identificato con un edificio sacro (non è del tutto
da escludere che tale edificio possa essere identificato con
il tempio di Marte menzionato nel 1744 dal vescovo Tria).
Immediatamente a ridosso di tale edificio, su due livelli
entrambi inferiori rispetto al piano del tempio, che in tal
modo viene ad assumere una posizione eminente, si distribuiscono
altri ambienti, su una piattaforma sostenuta da un poderoso
muro in opus mixtum di reticolato e laterizio; si
individuano un porticato colonnato che conserva il filare
di base dei blocchi calcarei e solo una delle basi di colonne,
inoltre aule rettangolari con tracce di numerosi rifacimenti,
e una zona absidata originariamente rivestita di lastre di
marmo, articolata in una serie di nicchie a pianta rettangolare
e semicircolare. Poco resta delle pavimentazioni originarie;
nell’edificio sacro, il cui ingresso si apriva al lato
opposto rispetto all’area pubblica, doveva essere un
pavimento in mosaico ora perduto; resti anche cospicui, di
un pavimento in cocciopisto si trovano nel resto dell’area.
Un edificio
absidato con mosaico
L’ambiente presenta una pianta rettangolare con abside;
i muri perimetrali, conservati solo nella parte bassa delle
pareti, erano rivestiti. Si accede all’edificio tramite
una soglia ampia quasi quanto l’ambiente, costituita
da blocchi in calcare sui quali sono i fori per una cancellata,.
Il pavimento è un mosaico bianco con decorazione geometrica
e floreale di tessere nere; in una cornice di due fasce, che
segue sottolineandolo l’andamento absidale, si articolano
croci greche alternate a quadrati e, verso i margini, serie
di rombi e triangoli.
Tra
questi elementi geometrici vi sono svastiche, croci, quadrifogli.
Nell’abside il pavimento è una lunetta con racemi
e volute. Quasi al centro dell’ambiente è una
cisterna a pianta circolare di forma troncoconica, ampiamente
slargata alla base (circa 2 metri) profonda oltre 3 metri,
con pareti rivestite in laterizi e con pavimento in intonaco
idraulico.
Un settore abitativo
con strada

Un settore abitativo di notevole interesse è venuto
alla luce nell’area a ridosso dell’attuale Palazzo
di Giustizia, in posizione periferica rispetto a quello che
doveva essere il centro urbano antico. Interposta tra abitazioni
moderne, l’area è divisa in due parti da una
strada in grossi ciottoli di fiume con relativi marciapiedi
(crepidines) leggermente rialzati rispetto al piano
stradale. A valle della strada si distribuiscono ambienti
a destinazione artigianale: una vasca pavimentata in mattoncini
era collegata ad un canale di scarico, un altro ambiente è
pavimentato in cocciopisto. A monte è il settore destinato
ad abitazione; due ambienti conservano i pavimenti in mosaico.
Il primo pavimentava verosimilmente una sala da pranzo (triclinium);
pur se notevolmente lacunoso, si legge in tutti gli elementi
compositivi e nella decorazione bicroma: serie di ottagoni
e losanghe nonché un vaso (cantaro) che appunto fa
ipotizzare la destinazione dell’ambiente a
sala da pranzo. Un secondo ambiente, conservato nelle dimensioni
originarie, presenta un mosaico bianco, con riquadro centrale
in tessere bianche e nere: triangoli, foglie, un rosone articolato
in quadrati e rosette. I magazzini dell’abitazione individuati
e scavati solo parzialmente, conservano grosse botti (dolia)
di terracotta infossate al di sotto del piano di calpestio.
I mosaici nel
palazzo ducale
Nel palazzo ducale sono conservati tre mosaici policromi,
di cui due famosissimi, che furono trovati nel secolo scorso
non lontano dall’anfiteatro. Il mosaico cosiddetto della
Lupa raffigura la lupa nell’atto di allattare Romolo
e Remo sotto una rupe, dalla sommità della quale due
pastori guardano la scena. Una ricchissima cornice raffigura
eroti cacciatori fra girali dentro i quali si alternano animali
selvatici. Il mosaico è del III secolo d.C.
Quello detto del Leone ha un riquadro centrale con scena figurata:
un leone che avanza a destra sotto una palma; il campo è
decorato con un complesso motivo geometrico di riquadri con
trecce, rombi e pelte. Viene datato al II secolo a.C.
Il terzo mosaico, purtroppo
molto lacunoso, anch’esso risalente al II secolo d.C.,
è racchiuso in una cornice di tralci e foglioline di
edera, treccia e ogive, con campo che è un alternarsi
di volute, tralci e foglie entro i quali si alternano uccelli
su rami.
La necropoli
romana
Una ventina di sepolture, non tutte in buono stato di conservazione,
sono state recuperate nei pressi dell’attuale stazione
ferroviaria, area ricadente in antico al di fuori del circuito
urbano. Il nucleo sepolcrale comprende sia tombe di epoca
arcaica (VIII-VI secolo a.C.) sia sepolture di epoca romana.
Queste ultime si rivelano particolarmente interessanti anche
perché rappresentano la prima testimonianza di tale
tipo di reperti. Ci si trova di fronte ad un nucleo di sepolture
prevalentemente di bambini; le tombe sono a fossa scavata
nel banco di arenaria, prive di copertura oppure, raramente,
con copertura di tegoloni. Sono tombe ad inumazione, tranne
un caso ad incinerazione. L’orientamento è costantemente
nord-ovest/sud-est, con la testa in prevalenza posta asud-est.
Il corredo dei vasi, quando presente, è deposto ai
piedi, ma non mancano casi in cui esso si trova distribuito
in vari punti della fossa, anche presso il cranio e sul corpo.
Da notare è la presenza di una sepoltura bisoma, con
un adulto ed un neonato, forse la madre morta di parto e suo
figlio. La presenza frequente di lucerne accanto alla piuttosto
grossolana ceramica da mensa implica vari significati; la
luce divina, l’anima che sopravvive, la fiaccola della
nuova casa. L’unica sepoltura ad incinerazione conserva
i resti di un cofanetto di legno (il meccanismo metallico
di chiusura); esso era probabilmente utilizzato come urna
cineraria. I corredi comprendono vasi in ceramica, vasetti
di vetro, lucerne, monili di bronzo, di ferro, di vetro, di
ambra. Particolarmente significativo il corredo della tomba
n. 1 (di adulto) che contiene una scodella, una brocca, una
lucerna nonché un grosso numero di chiodini di ferro
pertinenti alle calzature del defunto. La tomba n. 2, oltre
a due brocche, una scodella, un vasetto senza manici e una
serie di chiodi, restituisce due lucerne, di cui una piuttosto
singolare, sostenuta dalle mani di una figura maschile.
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