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Il santuario
di Ercole a Campochiaro
Alle pendici del Matese, in località Civitelle è
il santuario sannitico dedicato molto probabilmente ad Ercole,
situato in posizione importante rispetto alla viabilità
antica, vicino al percorso del tratturo Pescasseroli-Candela
e
vicino anche all’itinerario che, superando il Matese,
collegava i due versanti, quello molisano e quello campano,
del massiccio montuoso. Il santuario è sistemato su
una piana naturale rafforzata da muri di terrazzamento e di
delimitazione in bella opera poligonale, nei quali si aprivano
due ingressi di cui uno monumentale. Il pianoro si articola
in due terrazze di cui quella superiore è delimitata
e sostenuta ad est da un lungo edificio che si apre sul terrazzo
inferiore con un prospetto scenografico articolato in un porticato
del quale si conservano le basi. Su questo terrazzo è
il tempio, attualmente conservato solo nel basamento; è
possibile tuttavia leggerne l’articolazione, piuttosto
semplice: cella unica con quattro colonne sulla fronte e due
colonne sui lati lunghi, alle spalle di quelle marginali.
Nella parte anteriore, in posizione centrale, era un pozzo.
L’accesso era assicurato da una scalinata, come di consueto
nei templi italici; di essa restano solo le strutture di fondazione.
La frequentazione del santuario durò a lungo, come
l’attività edilizia che in essa si profuse dal
IV al II secolo a.C.; la sua importanza fu anche dovuta alla
vicinanza a Bojano, il centro più importante dei Sanniti
Pentri, al quale Campochiaro legò la propria sorte,
soprattutto in concomitanza con l’assedio, la presa
e la distruzione della città ad opera dell’esercito
di Silla nell’89 a.C. durante la guerra sociale. La
fine di Bojano, oltre ad aver causato incursioni e saccheggi
al santuario, significò anche la fine dello stesso.
Con tale avvenimento (che non comportò la distruzione
dell’area sacra) la frequentazione del santuario si
interruppe. Lievi segni di ripresa si ebbero a partire dal
I secolo d.C., ma soprattutto tra il III ed il IV secolo d.C.,
anche in relazione alla ininterrotta valenza dell’area
come luogo di transito e, forse, come luogo ricco di acque
salutari.
Il tempio di
Sepino in località San Pietro
L’edificio, a chiara destinazione cultuale, conserva
almeno su tre lati il podio e i muri perimetrali (m. 16,40
x 21,50); esso è ottenuto con muratura in opera poligonale
con blocchi di dimensioni piuttosto grosse (anche se non megalitici)
ben levigati e perfettamente combacianti; a questa muratura
in alcuni tratti (sul lato opposto alla fronte e su parte
della fronte stessa) si aggiunge una muratura in opera quadrata
con blocchi di calcare squadrati e sovrapposti a
secco (seconda fase). Dai resti delle basi e di rocchi di
colonne, nonché dalle dimensioni del tempio, si evince
che quest’ultimo era prostilo (con colonne solo sulla
parte frontale), tetrastilo (cioè con una fila di quattro
colonne) ed in antis (cioè con due colonne in seconda
fila, fra i prolungamenti in avanti dei muri laterali della
parte chiusa del tempio). Restano alcuni capitelli; le colonne
sono lisce, con un’altezza originaria di almeno m. 3,50.
Non è dato sapere con esattezza l’altezza del
podio né il modo di raccordo tra il piano di calpestio
esterno e il piano del tempio, mancando tracce della scalinata
frontale consueta nei templi italici: è comunque da
escludere l’esistenza di una scala che si inseriva nel
podio, mentre è molto probabile che essa fosse al di
fuori della struttura, un corpo aggiunto ad essa addossato.
Sul lato opposto alla fronte è venuta alla luce una
muratura curvilinea, riferita ad una tarda fase di utilizzo
del tempio originario. Dai particolari costruttivi la struttura
sembra pertanto aver conosciuto almeno tre fasi: la fase di
impianto, la fase di ripristino del podio e forse delle strutture
di alzata del podio, l’adattamento tardo al culto cristiano.
La frequentazione del sito ebbe vita molto lunga, come documentano
i reperti che si datano tra il IV secolo a.C. ed il V secolo
d.C. Tali reperti si riferiscono alle pratiche di culto che
avvenivano nel santuario ed alle attività connesse
con il santuario stesso, inteso sia come luogo di preghiera
che come luogo in cui si favorivano e si facilitavano incontri
e scambi. I materiali più antichi sono decisamente
prevalenti rispetto a quelli più recenti; da essi si
ricava che il periodo di massima frequentazione del santuario
fu l’epoca sannitica, tra il III ed il II secolo a.C..
Alcuni degli ex voto rinvenuti nella zona, ed in particolare
quelli anatomici, farebbero ipotizzare un culto a carattere
salutare, ma si potrebbe pensare a valenze cultuali collegabili
alla sfera della fecondità, della riproduzione e della
maternità. Dopo questi secoli di massima vitalità
del tempio, il sito continuò ad essere frequentato,
ma in modo molto ridotto.
Il tempio di
San Giovanni in Galdo
È ubicato in località Colle Rimontato, in posizione
panoramica sulla valle del torrente Fiumarello, non molto
distante dal percorso del tratturo Casteldisangro-Lucera.
L’area sacra ha una forma quadrangolare ed è
racchiusa in un recinto costituito da grossi blocchi di pietra
che racchiudono un’area di 740 mq nella quale si svolgevano
le cerimonie sacre, all’aperto. Il tempio vero e proprio
è un edificio di piccole dimensioni (m 7,80 X 8,40)
fiancheggiato da due porticati laterali con colonnato. Del
tempio resta l’alto podio con cornici modanate e dado
centrale; sulla fronte, che è priva di scalinate (evenienza
che avvalora ancora di più l’ipotesi di cerimonie
all’aperto) c’era originariamente una fila di
quattro colonne delle quali sono state recuperate delle parti
relative ai fusti lisci ed ai capitelli. La parte chiusa del
tempio occupava la metà posteriore dell’edificio
ed era pavimentata con cocciopisto decorato da tessere di
mosaico bianche formanti un disegno a meandro ai margini e
a reticolo al centro. Al di sotto di tale pavimento è
stato trovato un gruppo di monete che, essendo state deposte
all’atto della costruzione del pavimento, definiscono
la cronologia dell’edificio: le monete più antiche
risalgono alla prima metà del III secolo a.C., la moneta
più recente è un denario d’argento dell’anno
104 a.C. termine che definisce la costruzione del tempio.
In questa cella doveva essere ospitato il simulacro della
divinità. Il materiale votivo utilizzato nelle cerimonie
sacre è stato recuperato in grande quantità
soprattutto nei porticati laterali e dietro i muri dell’edificio,
in modo che fosse protetto e non esposto ad eventuali sacrilegi;
si tratta soprattutto di ceramica a vernice nera, di monete
e di lucerne; queste ultime aiutano a definire la frequentazione
del sito almeno fino al II secolo d.C.
Il santuario
urbano di Larino
Nella zona dell’attuale via Jovine a Larino sono stati
eseguiti dei
saggi di scavo che hanno evidenziato la presenza di una stratigrafia
ricca ed articolata, che include delle testimonianze del periodo
arcaico (resti di un lastricato), edifici con muratura a secco
(V-IV secolo a.C.?), una successiva fase edilizia con edifici
che si impostano su quelli precedenti mutandone l’orientamento
(IV-III secolo a.C.). La fase di III-II secolo a.C. vede l’area
assumere una destinazione sacra (non è da escludere
che tale destinazione fosse in atto già nei secoli
precedenti): la presenza di una grande quantità di
materiale votivo è da riferire all’attività
di un santuario la cui struttura potrebbe essere identificata
in un edificio di notevoli dimensioni di cui restano alcuni
grossi blocchi squadrati di arenaria; tale edificio subì
anch’esso delle modifiche alla fine del II-I secolo
a.C., quando fu affiancato da un ambiente rettangolare con
pavimento in cocciopisto con mosaico (motivo a reticolo e
fascia marginale con meandro) e esso stesso fu incorporato
in un’aula absidata. Nell’area è stata
individuata una fognatura antica in muratura, che sembrerebbe
essere stata abbandonata nel corso del I secolo d.C. I ritrovamenti
più significativi e numericamente molto consistenti
sono gli oggetti votivi relativi al funzionamento del santuario:
materiale ceramico sia acromo che
a vernice nera (riferibile quest’ultimo anche a produzione
locale); statuette di terracotta tra le quali prevalgono le
cosiddette Tanagrine (figure femminili panneggiate), qualche
statuetta di bronzo (Ercole, Marte, una figurina femminile),
una serie di monete tra le quali 22 formavano un vero e proprio
ripostiglio sepolto insieme al vasetto che le conteneva.
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